Dalla promessa scartata al miglior calciatore del mondo. Una riflessione psicologica e filosofica sul fallimento, sul riconoscimento e sul tempo necessario per diventare ciò che siamo.
Il 26 ottobre 2026, sul palco del London Palladium, Harry Kane ha ricevuto il Pallone d’Oro. Aveva trentatré anni, una carriera straordinaria alle spalle e una storia che, fino a poco tempo prima, sembrava destinata a essere raccontata attraverso una mancanza. Non quella del talento, che nessuno avrebbe potuto seriamente negargli, né quella dei gol, che aveva segnato con una regolarità impressionante. Gli mancava qualcosa che, nel linguaggio dello sport, finisce spesso per diventare la misura retroattiva di tutto il resto: la vittoria. È difficile immaginare un paradosso più interessante. Un calciatore capace di diventare il miglior marcatore nella storia del Tottenham, di stabilire il primato di reti con la nazionale inglese e di imporsi tra i centravanti più completi della propria generazione era stato accompagnato, per anni, da una definizione che sembrava ridurre tutto ciò che aveva realizzato a ciò che non era ancora riuscito a conquistare. Kane era quello che non vinceva. Eppure aveva già fatto quasi tutto ciò che, nel calcio, dovrebbe essere sufficiente a definire una carriera eccezionale. Forse è proprio da questa contraddizione che dovremmo partire, perché la sua vicenda non racconta semplicemente il riscatto di un atleta. Ci costringe a interrogarci sul modo in cui attribuiamo valore alle esistenze, sulla facilità con cui trasformiamo una mancanza in un’identità e, soprattutto, sulla violenza sottile di certi giudizi che finiscono per raccontare una persona non attraverso ciò che è, ma attraverso ciò che ancora non possiede. La storia comincia molto lontano da quel palco londinese. Harry Kane cresce a Chingford, nella zona orientale di Londra, giocando a pallone con il padre e il fratello. Da bambino entra nel settore giovanile dell’Arsenal, ma viene lasciato andare quando ha appena nove anni. È ancora piccolo, fisicamente meno sviluppato di molti coetanei, e il club non intravede in lui le caratteristiche sulle quali ritiene di poter investire. Anni dopo, Kane avrebbe ricordato quel momento senza costruirvi attorno un racconto di disperazione. Il padre gli aveva comunicato la decisione mentre camminavano verso il parco, spiegandogli che sarebbero tornati a giocare e a lavorare come avevano sempre fatto. Non c’era ancora una carriera da salvare, né un destino da rivendicare. C’era un bambino che voleva continuare a giocare a calcio. Questo dettaglio, apparentemente marginale, merita attenzione. Perché quando raccontiamo le biografie dei grandi campioni tendiamo a trasformare ogni rifiuto iniziale nella premessa necessaria del successo finale. Come se l’esclusione dall’Arsenal contenesse già, in forma nascosta, il Pallone d’Oro che sarebbe arrivato quasi venticinque anni dopo. Ma è una lettura possibile soltanto a posteriori. Nel momento in cui quel bambino veniva scartato, nessuno poteva sapere che cosa sarebbe accaduto. E forse è proprio questa la parte della storia che facciamo più fatica ad accettare: il fatto che una vita, mentre viene vissuta, non possieda ancora il significato che un giorno potremo attribuirle. Il filosofo Søren Kierkegaard aveva colto una delle contraddizioni fondamentali dell’esistenza quando osservava che la vita può essere compresa guardando all’indietro, ma deve essere vissuta guardando avanti. È una distinzione che le storie di successo tendono continuamente a cancellare. Noi conosciamo già il risultato e, proprio per questo, siamo tentati di leggere ogni difficoltà precedente come una tappa inevitabile verso il trionfo. Ma per chi attraversa quella difficoltà il futuro non è ancora scritto. Il rifiuto non è una prova da superare per diventare campioni. È un rifiuto. L’incertezza non è il preludio garantito di una vittoria. È incertezza. E il lavoro quotidiano non offre alcuna assicurazione che gli sforzi verranno un giorno ricompensati nella forma che desideriamo. Kane prosegue il proprio percorso, entra nell’orbita del Tottenham e, prima di trovare stabilmente spazio in prima squadra, attraversa una lunga stagione di prestiti. Leyton Orient, Millwall, Norwich City, Leicester City. Non sono passaggi che oggi impressionano quanto una finale di Champions League, ma appartengono alla parte meno spettacolare e forse più concreta della formazione di un calciatore: campi lontani dai grandi riflettori, spogliatoi nei quali occorre conquistarsi credibilità, occasioni limitate, errori che possono pesare più di quanto peserebbero per un campione già affermato. Non era il percorso lineare di un predestinato al quale il mondo aveva immediatamente riconosciuto un posto. Era il percorso di qualcuno che quel posto doveva ancora costruirlo. E tuttavia sarebbe sbagliato leggere anche questa fase soltanto attraverso la retorica della perseveranza. Non tutti coloro che lavorano duramente arrivano al vertice. Non tutti quelli che vengono scartati possiedono un talento incompreso. Il successo di Kane non dimostra che ogni rifiuto nasconda una futura consacrazione, né che la volontà individuale sia sufficiente a superare qualsiasi ostacolo. Dimostra, semmai, qualcosa di più circoscritto e per questo più interessante: che il giudizio formulato su una persona in un determinato momento non coincide necessariamente con il limite delle sue possibilità. C’è una differenza enorme tra non essere ancora riconosciuti e non avere nulla da esprimere. Eppure, nelle nostre vite, questa distinzione tende spesso a scomparire. Il mancato riconoscimento può diventare una prova di inadeguatezza, il rifiuto può essere interiorizzato come una definizione di sé, e ciò che inizialmente proviene dallo sguardo degli altri può trasformarsi, lentamente, nel modo in cui impariamo a guardarci. La psicoanalisi ci ha insegnato quanto l’identità non sia mai una costruzione completamente autonoma. Ci riconosciamo anche attraverso le parole che ci vengono rivolte, le aspettative che incontriamo, i posti che ci vengono assegnati. Il soggetto non nasce già in possesso di una definizione stabile di sé, ma si costituisce all’interno di una trama di relazioni e significanti che precedono e accompagnano la sua esperienza. Questo non significa che possiamo dedurre la struttura psichica di Harry Kane dai suoi risultati sportivi, né che un rifiuto infantile spieghi il suo successivo desiderio di affermarsi. Sarebbe una semplificazione indebita. La sua vicenda ci permette, piuttosto, di interrogare un problema che riguarda tutti: quanto potere concediamo alle definizioni attraverso le quali gli altri ci riconoscono? Perché essere considerati promettenti non significa necessariamente diventare qualcuno. Ma essere considerati inadatti non significa neppure essere condannati a rimanerlo. Quando Kane riesce finalmente a imporsi al Tottenham, a partire dalla stagione 2014-2015, la sua carriera cambia radicalmente. Arrivano i gol, i riconoscimenti individuali, le stagioni da capocannoniere. Diventa il simbolo del club, poi il suo miglior realizzatore di sempre. Con l’Inghilterra assume la fascia di capitano e diventa il primatista assoluto di reti. Ma mentre la sua grandezza sportiva diventa sempre più difficile da contestare, prende forma un’altra narrazione. Kane segna, ma non vince. Il Tottenham raggiunge la finale di Champions League nel 2019 e perde contro il Liverpool. L’Inghilterra arriva alla finale dell’Europeo disputata nel 2021 e viene sconfitta dall’Italia. Nel 2024 perde un’altra finale europea, questa volta contro la Spagna. A queste delusioni si aggiungono altre finali perdute con il club. Ogni volta il traguardo sembra avvicinarsi. Ogni volta qualcosa resta incompiuto. E così, progressivamente, la mancanza di un trofeo smette di essere soltanto un dato statistico e diventa un elemento dominante del racconto pubblico della sua carriera. È qui che la storia di Kane incontra un meccanismo psicologico e culturale particolarmente diffuso: la tendenza a far dipendere il valore complessivo di una persona da un singolo elemento assente. Possiamo avere costruito molto, aver sviluppato capacità, relazioni, esperienze, aver attraversato difficoltà e raggiunto risultati significativi. E tuttavia può bastare una sola cosa che manca perché tutto il resto venga percepito come insufficiente. Come se il valore di un’esistenza non dipendesse dalla sua complessità, ma dalla possibilità di esibire un segno conclusivo che la renda finalmente incontestabile. Un titolo. Un riconoscimento. Una posizione. Un matrimonio. Un figlio. Una promozione. Un traguardo economico. Cambiano gli oggetti, ma la logica può rimanere sorprendentemente simile. Non importa ciò che hai già realizzato: finché non avrai ottenuto quella cosa, resterai qualcuno a cui manca qualcosa di essenziale. Il problema è che questa logica non descrive soltanto il successo. Contribuisce a produrre una particolare esperienza dell’insufficienza. Nella prospettiva lacaniana, il desiderio non coincide semplicemente con il bisogno di possedere un oggetto. È attraversato dal rapporto con l’Altro, con il riconoscimento e con quella mancanza che nessun conseguimento può cancellare definitivamente. Ma sarebbe un errore confondere questa dimensione strutturale del desiderio con l’obbligo sociale di colmare ogni assenza attraverso una prestazione. La mancanza che attraversa il soggetto non è la stessa cosa del difetto che una società competitiva gli rimprovera di non aver ancora corretto. Eppure le due dimensioni possono sovrapporsi nell’esperienza quotidiana, fino a rendere difficile distinguere ciò che desideriamo davvero da ciò che sentiamo di dover ottenere per essere finalmente considerati all’altezza. Quante volte continuiamo a inseguire un obiettivo non soltanto perché lo desideriamo, ma perché immaginiamo che, una volta raggiunto, gli altri non potranno più dubitare di noi? E quante volte scopriamo che il riconoscimento, anche quando arriva, non possiede il potere definitivo che gli avevamo attribuito? Nel 2023 Kane lascia il Tottenham e si trasferisce al Bayern Monaco. È una scelta importante, anche sul piano simbolico. Abbandona il club al quale aveva legato quasi tutta la propria storia calcistica per entrare in una società abituata a competere per i titoli. Eppure, nella sua prima stagione in Germania, accade qualcosa che sembra scritto da un narratore particolarmente crudele: il Bayern non conquista la Bundesliga, interrompendo una serie di undici campionati consecutivi. Kane continua a segnare, ma anche nel nuovo ambiente il trofeo non arriva. La vecchia narrazione trova così un’altra occasione per riprodursi. È quasi come se il risultato fosse diventato una chiave interpretativa capace di precedere gli eventi: qualunque cosa accada, la storia deve confermare che Kane è il campione che non riesce a vincere. In psicoanalisi sappiamo quanto la ripetizione non consista necessariamente nel semplice ripresentarsi di fatti identici. Talvolta è anche il modo in cui eventi differenti vengono ricondotti, da un soggetto o da chi lo circonda, alla medesima significazione. Non sto suggerendo che Kane fosse prigioniero di una coazione a ripetere: non abbiamo elementi per affermarlo. È piuttosto il discorso pubblico attorno a lui a mostrare una particolare insistenza. Le circostanze cambiano, le squadre cambiano, i risultati individuali continuano ad accumularsi, ma la definizione rimane la stessa. E quando una definizione si ripete abbastanza a lungo, può finire per sembrare più vera dei fatti che dovrebbe descrivere. Poi, nel maggio 2025, il Bayern Monaco vince la Bundesliga. Harry Kane conquista il primo grande trofeo collettivo della propria carriera. La notizia viene raccontata come la fine di una maledizione. È un’immagine giornalisticamente efficace, ma filosoficamente curiosa. Perché non era cambiato improvvisamente il talento di Kane, né il suo passato era diventato diverso. Non erano scomparsi i gol già segnati, le finali perdute o gli anni trascorsi al Tottenham. Era cambiato un risultato. E quel risultato aveva modificato il significato attribuito retroattivamente a un’intera carriera. È un fenomeno sul quale vale la pena riflettere. Siamo spesso portati a credere che il riconoscimento arrivi semplicemente a registrare un valore già esistente. Ma, nella vita sociale, il riconoscimento partecipa anche alla costruzione del significato di ciò che è stato. La stessa perseveranza che, prima della vittoria, poteva essere raccontata come un’inutile ostinazione diventa improvvisamente una virtù. Le difficoltà che sembravano dimostrare un limite diventano prove di carattere. Gli anni di attesa assumono la forma di una preparazione. Come se il successo avesse il potere di riorganizzare il passato, trasformando una successione incerta di eventi in una storia finalmente coerente. Ma la coerenza è spesso qualcosa che attribuiamo alla vita soltanto dopo averne conosciuto un esito. Nel frattempo, chi quella vita la attraversa deve continuare a scegliere senza sapere se un giorno gli altri riconosceranno il senso dei suoi sforzi. La stagione successiva porta Kane ancora più lontano. Nel 2025-2026 segna 73 reti tra club e nazionale, contribuisce ai successi del Bayern e si impone come uno dei protagonisti assoluti del calcio mondiale. Il 26 ottobre 2026 riceve il Pallone d’Oro, il riconoscimento individuale più prestigioso del suo sport. Il calciatore che per anni era stato raccontato come incapace di vincere viene proclamato il migliore del mondo. Ma proprio qui, dove una narrazione convenzionale si concluderebbe con l’inevitabile trionfo della volontà, credo sia necessario fermarsi a pensare. Perché il rischio sarebbe sostituire un’ingiustizia con un’altra. Prima, Kane sembrava non valere abbastanza perché non aveva vinto. Adesso potremmo essere tentati di sostenere che tutto ciò che ha vissuto acquisti finalmente valore perché ha vinto. Ma in entrambi i casi staremmo subordinando il significato di una vita al suo risultato finale. E se il Pallone d’Oro non fosse ciò che rende grande la storia di Harry Kane, ma soltanto ciò che ci costringe a riconoscere una grandezza che esisteva già? Questa domanda cambia radicalmente la prospettiva. Perché ci obbliga a distinguere il valore dal riconoscimento, senza fingere che il secondo sia irrilevante. Essere riconosciuti conta. Una vittoria conta. Non c’è alcuna ragione per sminuire la gioia di un traguardo inseguito per anni. Ma il riconoscimento non dovrebbe avere il potere di decidere retroattivamente se tutto ciò che lo ha preceduto meritasse oppure no di essere vissuto. Altrimenti finiremmo per sostenere che chi arriva alla meta ha avuto ragione a perseverare, mentre chi non ci arriva ha semplicemente sbagliato strada. È una concezione dell’esistenza che rischia di trasformare la vita in un processo nel quale soltanto il verdetto finale stabilisce il valore dell’imputato. E tuttavia nessuno può conoscere in anticipo quel verdetto. La filosofia dell’esistenza ci invita a confrontarci proprio con questa assenza di garanzie. Non scegliamo perché sappiamo già come finirà. Scegliamo all’interno di un’incertezza che non può essere completamente eliminata. E la responsabilità di una scelta non coincide con la possibilità di controllarne tutte le conseguenze. La storia di Kane, letta in questa prospettiva, non dimostra che bisogna insistere sempre, né che rinunciare sia necessariamente un errore. A volte perseverare è una forma di fedeltà al proprio desiderio; altre volte può diventare l’incapacità di riconoscere che qualcosa è cambiato. Non esiste una regola universale che permetta di distinguere le due situazioni dall’esterno. Ma c’è una domanda che la sua vicenda rende particolarmente urgente: che cosa ci permette di continuare a investire in qualcosa quando il riconoscimento che attendiamo non arriva? Non necessariamente una certezza sul futuro. Non necessariamente la convinzione di essere destinati al successo. Talvolta, più semplicemente, il fatto che ciò che facciamo conservi per noi un significato che non dipende interamente dal giudizio altrui. Nella testimonianza che Kane ha offerto della propria infanzia ritorna spesso un elemento: il piacere di giocare. Prima delle grandi competizioni, dei premi e delle aspettative, c’era un bambino che voleva stare su un campo con un pallone. Sarebbe ingenuo immaginare che quel desiderio sia rimasto identico attraverso venticinque anni di carriera professionistica. Il rapporto con il proprio lavoro cambia, così come cambiano le motivazioni, le responsabilità e il significato attribuito ai risultati. Eppure quell’immagine iniziale ci ricorda qualcosa che la cultura della prestazione tende a dimenticare: un’attività può avere valore anche prima di diventare una prova pubblica del nostro valore personale. Possiamo desiderare di riuscire senza dover trasformare ogni insuccesso in una sentenza su ciò che siamo. Possiamo attribuire importanza a un riconoscimento senza farne la condizione necessaria della nostra dignità. Possiamo essere ambiziosi senza consegnare interamente la nostra identità al risultato. Forse è questa la distinzione più difficile da sostenere, soprattutto in un tempo che ci invita continuamente a esibire ciò che abbiamo ottenuto. Non basta più fare qualcosa bene. Bisogna dimostrare di essere i migliori. Non basta costruire una vita. Bisogna renderla riconoscibile come una storia di successo. E se il successo tarda ad arrivare, tutto ciò che lo precede rischia di assumere il volto provvisorio di un fallimento. Harry Kane ha vissuto una vicenda sportiva eccezionale. Sarebbe scorretto farne un modello psicologico universale o pretendere di conoscere, attraverso i risultati, il suo rapporto più intimo con il desiderio, con la frustrazione o con il riconoscimento. Ma la sua storia possiede una forza simbolica che va oltre il calcio. Ci mostra quanto rapidamente il giudizio collettivo possa cambiare senza che cambi, nella stessa misura, ciò che una persona è stata capace di costruire. Ci mostra come una mancanza possa diventare un’etichetta e come un risultato possa dissolverla quasi istantaneamente. E ci costringe a chiederci quanto spesso applichiamo a noi stessi la stessa logica. Quante volte consideriamo incompiuto tutto ciò che abbiamo realizzato soltanto perché non abbiamo ancora raggiunto ciò che avevamo immaginato? Quante volte viviamo il presente come una sala d’attesa, persuasi che il significato della nostra esistenza arriverà soltanto con il prossimo traguardo? E quante volte, mentre aspettiamo di diventare finalmente qualcuno, non ci accorgiamo di essere già diventati molte cose? C’è un’immagine che continua a tornarmi in mente pensando alla notte del Pallone d’Oro. Harry Kane, sul palco, che ringrazia le persone che lo hanno accompagnato nel percorso, ricordando anche i sacrifici della propria famiglia. Non è necessario trasformare quel momento in una rivelazione psicologica per coglierne la forza umana. Perché dietro ogni premio che appare improvvisamente nelle fotografie esiste una storia che nessuna fotografia può contenere. Ci sono anni che non diventano notizia, allenamenti che nessuno ricorda, decisioni prese senza conoscere le conseguenze, occasioni mancate, attese che sembravano non finire. E ci sono persone che, pur non arrivando mai a ricevere un premio, attraversano tutto questo con una serietà che non merita meno rispetto. Forse è qui che la vicenda di Kane smette di essere soltanto la storia di un calciatore e diventa una domanda rivolta al nostro modo di guardare gli altri e noi stessi. Perché il Pallone d’Oro ha certamente consacrato Harry Kane come il miglior giocatore del mondo nel 2026. Ma non ha creato dal nulla il valore della sua carriera. Quel valore si era costruito molto prima, anche quando non coincideva con l’immagine del vincitore. E allora forse il punto non è celebrare l’uomo che, dopo tanti insuccessi, è finalmente diventato qualcuno. È riconoscere quanto fosse ingiusto pensare che, fino a quel momento, non lo fosse ancora. Perché il successo può cambiare il modo in cui il mondo racconta la nostra storia. Ma non dovrebbe essere l’unica cosa capace di darle valore.
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
