Cosa siamo?
Cosa siamo se non tanti piccoli frammenti che arrivano a fissarsi in un’immagine? Lacan, nella prima fase del suo pensiero, arriva a teorizzare “lo stadio dello specchio”, ossia quel periodo che caratterizza lo sviluppo dell’Io del bambino tra i sei e i diciotto mesi.
Il bambino, prima dell’incontro fatale con lo specchio, è un corp morcélé, ossia un “corpo in frammenti”. Si trova nella fase della incoordinazione motoria e non solo, che gli provoca frustrazione. Nell’incontro con lo specchio, il bambino stabilisce un rapporto con la sua immagine riflessa, ed è così possibile una prima individuazione, un primordiale Io.
L’immagine, quindi, ha una funzione costituente, non solo per lo sguardo del soggetto bambino, ma anche per l’interdizione dell’Altro, il quale restituisce al soggetto, con il proprio sguardo, l’immagine costituita, unaria.
L’importanza imperante che il concetto di Io forte ha assunto nella Psicologia dell’Io post – Freudiana, come quella istanza da rafforzare nella stanza d’analisi, ha fatto perdere di vista il punto di partenza del tutto. Il frammento.
Cos’è un frammento? Quando un artista si trova di fronte a quadro bianco, non si trova forse nella stessa forma di frammentazione del bambino prima dello specchio? Niente che viene specchiato, soltanto una sensazione di spaesamento e di incoordinazione.
L’arte, in sé per sé, conduce all’astrazione, anche nel suo iperrealismo. Paul Klee, uno dei pittori più influenti del Novecento, erroneamente relegato alla corrente dell’astrattismo, con la sua arte sosteneva che, per quanto i nostri sensi ricerchino un’identità, a partire da noi ci sono infiniti mondi, infiniti frammenti.
Nel suo saggio del 1918 “Confessione Creatrice”, Klee afferma che “l’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile […] Vogliamo rendere essenziale ciò che è casuale”. Ritornare al nudo e crudo frammento, prima dell’Io, il primo sintomo del soggetto, costituisce movimento di ogni evoluzione creatrice.
E’ forse lì che l’arte analitica trova sua espressione? Probabilmente è azzardato paragonare un processo creativo di un quadro a ciò che avviene all’interno di una stanza di analisi. Ma l’analista non è forse colui che rende visibile piuttosto che riprodurre ciò che già c’é?
L’Io, come detto in precedenza, è il più grande sintomo del soggetto, la più grande illusione dell’umanità, ma è utile per costituire un immagine narcisistica, una fissazione immaginaria. Ma prima di quello ci sono i mille frammenti che ci costituiscono in maniera primordiale.
E se un piccolo riquadro rosso, come nelle Composizioni di Mondrian, può contenere al suo interno tutto il linguaggio dell’universale, perché non valorizzare la parola del soggetto che riflette questo frammento?
Nelle crepe dell’identità unaria si trova quell’eco frammentario, che ogni tanto torna fuori urlando per essere ascoltato. E se l’Io fosse soltanto un eccesso? Un orpello attorno ai piccoli pezzi che compongono il nostro inconscio? La condizione di morcélé è iscritta in ognuno di noi, e per quanto l’illusione narcisistica dia l’impressione che ci sia unità, ciò a cui deve volgere un’analisi è quello che crepa questo Io.
Allora bisogna ispirarsi alla teoria Kleeniana di “occhio che vede, occhio che sente”. L’analista si muove secondo un occhio che vede, una via fisico – ottica, che visualizza il soggetto per quello che è, lo riproduce. Ma è l’occhio che sente che permette di umanizzare il soggetto, andando a cogliere tutti quei pezzi inconsci che costituiscono “il regno di ciò che può venire e vorrebbe venire”.
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Fonti:
Jacques Lacan – Scritti
Paul Klee – Confessione creatrice
Paul Klee – Diari
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
