Riflessioni psicoanalitiche su Anatomia di una caduta di Justine Triet (2023).

“È vero che non sei responsabile di quello che sei, ma sei responsabile di quello che fai di ciò che sei.”

Nel film Anatomia di una caduta, premiato a Cannes e applaudito per la sua complessità, la regista Justine Triet mette in scena molto più di un processo. Il tribunale diventa il teatro in cui si interrogano non tanto i fatti, ma le narrazioni, gli affetti, le zone oscure del soggetto. La protagonista, Sandra, scrittrice accusata dell’omicidio del marito, è al centro di un dilemma che non riguarda solo la sua colpevolezza, ma il modo in cui la verità viene costruita, esibita e fraintesa. È innocente? Colpevole? Colpevole “a modo suo”? Il film, fortunatamente, non risponde. Perché è proprio nel vuoto della risposta che si apre lo spazio per pensare.

Verità e interpretazione

In psicoanalisi, sappiamo che la verità non coincide con il fatto. Lacan insiste: la verità si dice a metà, e ogni discorso è una costruzione, mai una trascrizione fedele del reale. Nel film, ogni personaggio cerca il proprio angolo di visuale sulla vicenda. Il figlio cieco, che assiste indirettamente al dramma, diventa simbolo del soggetto che “vede” oltre il dato sensibile. La sua posizione è paradigmatica della condizione umana: non sappiamo con certezza, eppure siamo chiamati a giudicare. Così, il processo assomiglia sempre più a una seduta analitica: si ascolta, si interpretano i lapsus, le omissioni, i silenzi. E ciò che si credeva oggettivo — una caduta, una morte, una relazione — si rivela pieno di faglie.

Il soggetto non è trasparente a se stesso

Anatomia di una caduta mette in crisi l’idea che il soggetto possa sapere e dire tutto di sé. Sandra scrive romanzi, ma le sue parole non bastano. Il linguaggio che dovrebbe salvarla, diventa ambivalente. La verità del soggetto non emerge come una confessione, ma come una frizione, un’asimmetria, un sospetto. Proprio come in analisi. Come sottolineava Lacan, il soggetto è diviso, e ogni enunciazione porta con sé un resto non detto. In questo senso, l’inconscio — che non mente, ma parla — fa capolino tra le righe del processo. Ciò che sfugge alla spiegazione razionale diventa lo snodo più interessante.

Responsabilità senza trasparenza

Sandra non è condannata a essere ciò che è. È responsabile di ciò che fa con ciò che è. Questa distinzione è fondamentale per la clinica: non esiste destino psichico immutabile, ma neanche innocenza assoluta. Ciascuno, anche nel dolore o nella confusione, ha una quota di responsabilità verso la propria posizione soggettiva. È per questo che il film rifiuta il pathos facile, la vittimizzazione, la psicologizzazione. Non ci dice chi ha spinto. Ci chiede perché vogliamo saperlo. E cosa facciamo con questo desiderio.

Anatomia di una caduta è un’opera che interroga il nostro bisogno di verità e lo smonta con precisione. Come l’analisi, ci insegna che l’Altro non ha le risposte.Ma anche che la parola — nella sua fragilità — è il solo ponte che ci resta.

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Fonti:

J. Lacan- Seminario V

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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