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Psicologia

Il sapere che non si vuole sapere

L’analista, il soggetto e il rischio della verità

Nel cuore della psicoanalisi pulsa una verità scomoda: il sapere che conta non è quello che si dichiara, ma quello da cui si fugge. Lo psicoanalista non è il depositario di una verità già scritta, né un’autorità che guida dall’alto il soggetto nei meandri della sua psiche. È invece qualcuno che, nella propria esperienza inaugurale, ha incontrato — e continua a incontrare — ciò che non si vuole sapere. Non un sapere astratto, ma qualcosa che lo riguarda nel profondo. Il proprio fantasma. Il proprio desiderio.

Il soggetto supposto sapere

Nel tempo della performance, dell’immagine, della competenza ostentata, è fin troppo facile scivolare nella posizione dell’“esperto”. Anche la psicoanalisi corre questo rischio: diventare una nuova forma di “autorità competente”, rassicurante, ordinata, apparentemente neutra. Ma Lacan ci avverte: non basta il sapere tecnico. Non è sufficiente sapere “come funzionano” le strutture psichiche, o riconoscere le forme del desiderio in base a schemi teorici. Lo psicoanalista non è colui che sa, ma colui che è passato — e continua a passare — attraverso l’esperienza del proprio non-sapere. È questo che lo autorizza, non una laurea né l’approvazione sociale. Essere “soggetto supposto sapere” non è un titolo da portare con orgoglio, ma una posizione fragile, ambigua, costantemente da mettere in discussione. Perché, in realtà, chi si siede nella stanza d’analisi non cerca risposte, ma cerca qualcosa che sfugge al sapere, qualcosa che non vuole sapere, e che tuttavia insiste, ritorna, lacera.

2025: il sapere algoritmico e la fuga dall’inconscio

Nel 2025, viviamo immersi in un mondo che ci propone ogni giorno nuove forme di sapere: dati, tracciamenti, intelligenze artificiali capaci di predire gusti, movimenti, emozioni. La conoscenza è ovunque, on demand, performativa. Eppure, l’essenziale resta irriducibile. Nessun algoritmo può dirci davvero che cosa vogliamo, che cosa desideriamo, o perché continuiamo a inciampare nello stesso punto. L’IA sa tutto, ma non sa niente di ciò che ci riguarda nel profondo. In questo scenario, lo psicoanalista è chiamato a una sfida ancora più radicale: resistere alla tentazione di essere l’interprete definitivo, il traduttore automatico del sintomo, il programmatore dell’anima. Deve invece accettare il proprio posto in una struttura dove il suo stesso desiderio è messo in questione. Dove, per andare fino in fondo, dovrà cadere. Sparire. Svanire come oggetto.

Non essere oggetto

L’analista finisce col rappresentare per il soggetto ciò a cui il progresso analitico deve farlo rinunciare.

L’analista, paradossalmente, è quell’oggetto a cui bisogna rinunciare perché il desiderio del soggetto possa davvero dischiudersi. Per questo, l’analista non può mai diventare un’autorità competente. La sua “competenza” si gioca al contrario: nel sapere che non sa, nel lasciarsi toccare, interpellare, destabilizzare. La sua posizione non è quella del medico che cura, ma di chi è implicato. È la sua domanda che risuona, è il suo desiderio che viene mosso, è lui stesso, in fondo, che è analizzato.

In conclusione (senza concludere)

Lo psicoanalista che “sa” troppo, rischia di difendersi proprio dalla verità che più lo riguarda. La vera disciplina, oggi come allora, è quella che consente all’analista di cadere, e nel cadere, di aprire uno spazio.

Non per dire “ecco chi sei”, ma per restituire al soggetto la possibilità di inventarsi. Al di là del sapere. Al di là dell’autorità. Dentro l’atto.

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J. Lacan – il mio insegnamento

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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