Apparentemente, Mazzarò incarna la spinta primaria dell’autoconservazione: accumula beni, lavora instancabilmente, difende ciò che ha ottenuto. Ma, come spesso accade nella clinica e nel discorso psicoanalitico, ciò che appare come conservazione è in realtà una forma mascherata di autodistruzione. Nel suo estremo tentativo di trattenere tutto, di evitare ogni perdita, Mazzarò si consuma. La sua roba cresce, ma il soggetto si riduce. Vive in funzione di essa, senza più spazio per l’amore, la relazione, l’incontro con l’Altro. Il desiderio viene sostituito dalla compulsione. Non desidera più per vivere, ma vive per desiderare – e mai soddisfare – il possesso. Come non leggere in tutto questo una forma di godimento mortifero? Lacan ci insegna che il godimento (jouissance) non è il piacere, ma ciò che eccede il principio del piacere, ciò che fa male, che distrugge, ma che seduce con una forza irresistibile. Mazzarò gode della sua roba, ma questo godimento lo isola, lo pietrifica, lo trasforma in oggetto egli stesso.

“Ammazzate tutta questa roba!”

La scena finale del racconto è celebre: Mazzarò, ormai vecchio, capisce che la morte lo porterà via, lasciandogli dietro tutta la sua roba. La sua reazione è rabbiosa e tragica: grida ai contadini di uccidere tutto ciò che ha – animali, alberi, terre – in un gesto che svela finalmente l’insopportabilità di quella perdita. Questo urlo non è solo disperazione. È il sintomo di un soggetto che ha perso il contatto con il desiderio, con la mancanza feconda che rende possibile il movimento della vita. Quello che emerge è la struttura perversa del suo rapporto con l’oggetto: “se non posso averlo per sempre, allora che muoia con me”. Ecco che l’autoconservazione si rivela per ciò che è: non un amore per la vita, ma un tentativo di eluderne il limite, il lutto, la perdita. Tentativo che, paradossalmente, si conclude in un atto autodistruttivo. La pulsione di morte si traveste da pulsione di vita, ma resta all’opera con la sua logica silenziosa.

Una lezione per il nostro tempo

Il dramma di Mazzarò non è solo un racconto dell’Ottocento. È una figura estremamente attuale nella nostra epoca dell’accumulo, del possesso, dell’identificazione narcisistica con ciò che si ha, si produce, si mostra. Viviamo in una società dove la “roba” ha cambiato forma – ora è capitale simbolico, follower, status, performance – ma non la sua funzione: ci serve per difenderci dal vuoto, per non sentire la mancanza, per evitare la caduta. La psicoanalisi ci invita, controcorrente, a fare spazio. A sostenere il vuoto, non a saturarlo. A riconoscere nella mancanza non una colpa, ma un’apertura possibile. Il desiderio non è ciò che possediamo: è ciò che ci attraversa quando non abbiamo. La vita non si conserva: si reinventa. E la vera libertà, forse, sta proprio nel poter lasciare andare la “roba” senza che ciò significhi perdere se stessi.

Conclusione: dal possesso al desiderio

Mazzarò muore schiavo della sua roba perché ha cercato nella materia ciò che appartiene al desiderio. Ha trasformato il suo vuoto in oggetto, anziché lasciarlo vivere come apertura. In questo senso, la lezione di Verga, riletta attraverso la lente della psicoanalisi, è profondamente contemporanea.

Il soggetto che vuole vivere deve prima di tutto rinunciare a possedere se stesso.

E solo allora, nel vuoto lasciato dalla perdita, può emergere un desiderio che non uccide, ma che trasforma.

———————

Fonti:

J. Lacan – Seminario VII

Byung-Chul Han – La società della stanchezza

G. Verga – Novelle Rusticane

———————

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

Rispondi

In voga

Scopri di più da SUB ROSA

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere