L’illusione che la cultura possa salvarci, che la parola sia una spada capace di fendere il reale e proteggerci dall’urto dell’esistenza, è la prima grande impostura da cui dobbiamo congedarci, proprio come Sartre che, giunto al tramonto della sua parabola ne Le parole, depone le armi della megalomania letteraria per abbracciare la nuda verità della propria impotenza. Eppure, in questo scacco, in questo riconoscimento del limite, non vi è rassegnazione ma l’apertura di un’etica nuova perché se è vero che la cultura non salva niente né nessuno e non giustifica il nostro passaggio sulla terra, essa resta l’unico specchio critico in cui l’umano può proiettarsi e, finalmente, riconoscersi senza il velo dell’ideale. Scriviamo, produciamo, creiamo libri e legami non per guarire dall’incompiutezza che ci abita, ma perché ce n’è bisogno, malgrado tutto, come una testimonianza che sorge dalle macerie di quella vecchia costruzione in rovina che chiamiamo carattere. Come psicoanalisti sappiamo bene che il fine di un percorso non è la redenzione messianica né la cancellazione delle nostre ferite, poiché se è possibile — e doveroso — dis farsi di una nevrosi, di quel dolore ripetitivo che agisce come un parassita della vita, non ci si può mai guarire di sé, ovvero di quel nucleo singolare e irriducibile che ci rende ciò che siamo. La cura non è un ritorno all’integrità perduta ma l’assunzione della propria rovina come luogo di un’estetica possibile, dove l’impostura del carattere smette di essere una prigione per farsi stile, firma, modo unico di abitare la mancanza senza più pretendere che la penna si faccia spada, ma accettando che rimanga solo una traccia, un segno nel vuoto, la prova che l’uomo è passato di lì.

Fonti:

Jean-Paul Sartre- Le parole.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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