C’erano una volta le estati deserte. C’erano pomeriggi assolati in cui non si vedeva anima viva. Nemmeno un prete con cui chiacchierare. Così scrive Recalcati, evocando un’immagine poetica e potentissima: la città vuota, il tempo sospeso, la noia come esperienza assoluta dell’assenza.

Un’esperienza scomparsa. Oggi la noia è diventata nemica, malattia da curare, errore da evitare. L’epoca contemporanea, immersa nella connessione perpetua e nel culto della produttività, ha bandito ogni attimo di vuoto: ogni interstizio temporale deve essere riempito. Tutto dev’essere acceso — social, notifiche, podcast, corsi, contenuti, intrattenimento.

Eppure, è proprio da quel vuoto, da quella noia abissale, che può nascere qualcosa. Un Altrove. Un desiderio. Una vita piena.

Il tempo senza meta

Recalcati, nel suo testo La tentazione del muro, parla della noia come di una dimensione metafisica: non solo assenza di attività, ma condizione liminare, soglia aperta sul Reale. La noia, scrive, è il tempo in cui “la città è davvero deserta” e “chi resta” è davvero esposto alla verità di sé.

Questo tempo senza scopo, senza fine né meta, è stato celebrato anche da Paolo Conte, nei suoi caracollari esistenziali. Ma nella nostra epoca, quella sana e produttiva noia è diventata impensabile. Siamo costretti a inseguire il tempo, non più a sostarci dentro. Tagliare le rose in giardino — dice Recalcati — è stato sostituito dal check costante della casella email.

La noia è oggi un tabù.

Il vuoto strutturale e la psicoanalisi

Per la psicoanalisi, però, il vuoto non è un problema. È un elemento costitutivo dell’essere.

Freud lo aveva intuito chiamandolo Das Ding — La Cosa —, un nucleo oscuro e inaccessibile che abita il nostro Io. Lacan rielabora questo concetto chiamandolo Reale: ciò che non può essere simbolizzato, che sfugge alla presa del linguaggio e della rappresentazione.

È in questo Reale che si annida la noia. Non come distrazione passeggera, ma come urto del soggetto con la propria mancanza originaria. Una ferita che può inghiottire, ma anche generare. Per Lacan, la noia è “il desiderio dell’Altrove”: l’inquietudine che spinge a spostare i limiti del proprio mondo.

Il vuoto è ciò che permette il desiderio.

Sartre: quando la noia diventa nausea

A questa riflessione si affianca magistralmente Jean-Paul Sartre. Nella Nausea, il suo capolavoro filosofico e letterario, Sartre non si limita a raccontare la noia. La trasforma in un’esperienza ontologica. Roquentin, il protagonista, scopre che tutto — una radice, una sedia, un gesto — appare improvvisamente senza senso. L’essere è “di troppo”. L’esistenza diventa un peso.

Questa nausea è la noia portata al limite: è la coscienza dell’assurdità del mondo. Ma è anche la condizione per un’autentica libertà. Per Sartre, solo chi attraversa il vuoto può davvero scegliere. Solo chi sente che nulla ha senso può dare un senso.

Così, la nausea e la noia diventano luoghi filosofici della libertà.

Heidegger e la brocca del vuoto

Anche Heidegger ci offre una potente immagine: la brocca. Non è il contenuto che la definisce, ma il vuoto che contiene. È il vuoto a darle senso.

Così è anche per l’essere umano. Siamo attraversati da un vuoto originario, che la società cerca di tappare con oggetti, attività, immagini, successo. Ma questo vuoto non deve essere riempito — dev’essere abitato.

Lì nasce il desiderio. Lì prende forma il soggetto.

Noia come tempo dell’incontro

La clinica psicoanalitica lo mostra ogni giorno: chi si presenta dicendo “non sento più nulla”, non è sempre un depresso. Spesso è un soggetto che ha perso il legame col proprio desiderio. Ha riempito tutto, e ora nulla ha più sapore.

Eppure, anche in questi casi, la noia può salvare. Se viene attraversata, ascoltata, trasformata in parola. Se, nel suo vuoto, si apre uno spazio per l’incontro con l’Altro. Un Altro che non giudica, non riempie, ma restituisce il vuoto come generatore di vita.

Conclusione: la luce delle lucciole

Il nostro tempo, ipnotizzato dal culto del nuovo, ha perso le lucciole di cui parlava Pasolini. Quelle piccole luci intermittenti che illuminavano le notti vuote con un senso misterioso. Le abbiamo sostituite con schermi, led, feed, stories. Ma quella luce non si può digitalizzare.

Ecco perché dobbiamo restituire dignità alla noia. Non è un errore. Non è un buco da colmare. È una ferita sacra, da cui può uscire il canto del desiderio.

La noia è, in fondo, un altare vuoto: non è il vuoto della morte, ma quello della possibilità.

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Fonti:

M. Recalcati – A pugni chiusi;

J. P. Sartre- La nausea;

J. Lacan -seminario. Libro VII:

M. Heidegger- La cosa;

S. Kierkegaard- Aut-Aut.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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