Ci sono momenti della vita in cui il tempo sembra fermarsi, sospeso tra il già trascorso e ciò che deve ancora accadere. L’“imbrunire” diventa allora una metafora potente: non solo il calare del giorno, ma la sensazione di trovarsi in una soglia, in uno spazio di incertezza in cui i confini sfumano. Il compito del maestro — reale o interiore — è proprio quello di accompagnarci a non fuggire da questo buio. Nella prospettiva psicoanalitica, non c’è trasformazione senza attraversamento: l’alba non si conquista saltando la notte, ma lasciandosi toccare dalla sua opacità. Questa dinamica si riflette anche nella clinica. L’analizzando arriva spesso con il desiderio di “vedere subito la luce”, di liberarsi rapidamente dal sintomo. Ma il lavoro dell’analisi richiede di abitare l’imbrunire, di sostare nell’ambivalenza, di accettare che il senso emerga non come rivelazione improvvisa, ma come un chiarore che lentamente prende forma nel buio. Nelle relazioni, come nella vita quotidiana, l’imbrunire si manifesta nelle attese, nei silenzi, nelle fasi di crisi. Sono momenti che sembrano privi di senso, eppure custodiscono la possibilità di un’alba diversa: un nuovo modo di amare, di desiderare, di pensare a se stessi. Forse il vero insegnamento è proprio questo: imparare che non si trova l’alba senza aver imparato ad attraversare la notte. L’imbrunire non è solo fine, ma anche inizio. Non è solo perdita, ma promessa.
E allora sì, è difficile. Ma è proprio in quella difficoltà che risiede il valore della ricerca.
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Fonti:
F. Battiato – Prospettiva Nevski
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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