Viviamo in un’epoca in cui il successo è la nuova misura del valore personale. Siamo costantemente esposti a immagini di vite perfette: traguardi raggiunti, sorrisi impeccabili, carriere invidiabili. Ma dietro la ricerca ossessiva di performance e riconoscimento spesso si nasconde qualcosa di più profondo: l’angoscia di non valere abbastanza. La psicoanalisi ci insegna che il desiderio umano è segnato dalla mancanza: non esiste un compimento definitivo, non esiste un traguardo che possa colmare il vuoto che ci costituisce. Eppure, nella cultura contemporanea, questo vuoto viene negato e sostituito con l’ideale della “vita perfetta”. Il successo diventa così un oggetto feticcio, un’illusione di completezza. Dietro ogni corsa sfrenata verso risultati e approvazione c’è spesso il fantasma del fallimento. Molti vivono prigionieri di un’immagine ideale di sé, costruita per piacere agli altri, che però lascia dentro un senso di solitudine e insoddisfazione. Lacan direbbe che questo è il dominio dell’“Io ideale”, una maschera che tenta di nascondere le nostre fragilità.

Ma è proprio nel riconoscere i nostri limiti che può nascere qualcosa di autentico:

Il desiderio smette di essere solo ricerca di approvazione e diventa espressione di sé. Il lavoro torna ad essere creatività, e non solo prestazione. I rapporti diventano incontri reali, non scambi di immagini perfette. Il successo, in sé, non è il problema. Il problema è quando diventa una difesa dall’angoscia, un modo per anestetizzare la mancanza. La libertà comincia quando possiamo stare in quello spazio di vuoto, senza riempirlo subito con riconoscimenti o applausi. Solo così il desiderio può respirare. E il successo, se arriva, non è più una maschera, ma il frutto di un percorso reale.

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Fonti :

J. Lacan, Il Seminario, Libro XI;

M. Recalcati, L’ora di lezione.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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