“E lunghi funerali, senza tamburi né musica,
sfilano lentamente nella mia anima;
vinta, la Speranza piange; e l’atroce Angoscia, dispotica,
pianta sul mio cranio chinato il suo vessillo nero.

Charles Baudelaire, nel 1857, scrive la poesia “Spleen”, una delle più laceranti del poeta francese, come si può già denotare dai suoi versi finali. Ma cosa vuole dire Spleen?

Il termine Spleen deriva dal greco σπλήν (splēn), che significa “milza”. Per i Greci la milza era la sede dove si andava ad annidare la malinconia, o l’eccessiva preoccupazione nei confronti della vita. Cosa descrive Baudelaire in queste righe così pregne di oscurità? Un eccesso. Un eccesso che l’essere umano ha dentro di sé, e che talvolta è talmente straboccante che fuoriesce: la jouissance, il godimento illimitato, la pulsione di morte.

Ognuno di noi nasce con un godimento illimitato. Da bambini vogliamo godere illimitatamente della madre, ad esempio. Un godimento che continua ad abitarci, nonostante questo venga tagliato, castrato, dalla Legge del Padre. la castrazione di questo godimento è ciò che inevitabilmente lega il soggetto all’Altro, trasforma la sua jouissance in un desiderio, nella ricerca di un pezzo mancante che lo muove verso un qualcosa di esterno a lui. Ma cosa succede quando questo godimento torna fuori più forte di prima e divampa come lava dentro un vulcano in ebollizione?

Il godimento che viene fuori non tiene conto dell’Altro. E’ un godimento autoerotico, masturbatorio, nefasto, che si scollega dall’Altro, e fa di tutto per imporsi sul soggetto tramite il corpo. Come una volontà, un surplus che si fa carne per portare il suo verbo, e tramutarsi in sintomo. Un esempio può essere l’attacco di panico, che nella sua imprevedibilità schiaccia il corpo in una sorta di soffocamento, che non diventa più il limite di contenimento, ma l’argine da rompere con la forza di un fiume in piena.

Molte volte si tende a considerare il sintomo che è risultato di questo godimento che fuoriesce come qualcosa di dannoso, si analizza solo il risultato finale del comportamento della persona. Ma, come in Baudelaire, il venir meno della Speranza, che piange dinnanzi all’angoscia che sopravanza è segnale di una paura recondita in ogni essere umano, ossia quella della morte. Differentemente dal poeta francese, che tratta l’Angoscia come la figura mortifera “dispotica… che cala sul capo chinato il suo nero vessillo”, nella stanza d’analisi essa è un segnale di aiuto.

Paradossale come, nell’attacco di panico ad esempio, l’assenza di voce, il soffocare nel silenzio tachicardico, sia il grido di aiuto più forte del corpo. Il corpo, che viene percepito come molte volte il nostro principale nemico perché incontrollabile, è in realtà l’alleato. Eleva a noi il sintomo tramite la pelle, e ne fa il messaggio principale di dolore, che ognuno di noi deve decifrare per ascoltare il proprio inconscio.


Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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