50 anni fa uno dei gruppi più influenti della storia della musica, ossia i Pink Floyd, pubblicano un album intitolato “Wish you were here”. Introduce uno stacco rispetto alla loro carriera precedente, dove la musica innovativa e psichedelica portata dai britannici si unisce a dei temi profondamente relazionali, in cui l’Altro viene portato sulla mano dal soggetto cantante. L’inconscio canta all’Altro le proprie parole.


Vorrei tu fossi qui. Il soggetto, come sottolinea Barthes in “Frammenti di un discorso amoroso”, è solo. Questa solitudine porta, fin dalla nascita, il soggetto a rivolgere il proprio discorso all’Altro. Il soggetto innamorato si rivolge a un Altro. Attende. Nel frattempo si occupa, e, come riporta Barthes, gioca a colui che non aspetta. Ma perde sempre. C’è una fatale identità che caratterizza colui che aspetta l’Altro, ossia che irrimediabilmente è destinato a essere sempre il soggetto che aspetta.


E quindi che appello può rivolgere all’Altro? Vorrei che tu fossi qua, vorrei che tu mi facessi smettere di essere colui che attende la tua attesa. Attendo che tu possa evidenziare la specialità del mio desiderio. Il mio desiderio assume un senso nel momento stesso in cui l’Altro ci regala la sua attesa, liberandoci da quell’identità che attanaglia chi urla di amore.
In questo senso, la musica stessa diventa luogo di tracce dell’assenza dell’Altro: l’arpeggio iniziale, i suoni sparsi della chitarra, l’assolo di mezzo non riempiono solo il silenzio, ma lo creano, tracciando la mancanza, evidenziando ciò che è presente solo nella sua assenza. La canzone non è semplicemente attesa, ma testimonianza del vuoto che fonda la relazione col desiderio e con l’Altro. In quei suoni, ciò che manca prende forma, e il verso Wish you were here diventa il momento in cui la distanza tra soggetto e Altro si fa palpabile, e insieme, inaspettatamente, condivisa.


Così, con l’arpeggio iniziale e l’assolo di mezzo, i Pink Floyd colorano l’attesa di chi aspetta. I significanti sparsi creano un senso che anticipa l’arrivo del verso più famoso: Wish you were here. Non è solo un appello all’Altro, ma un riconoscimento che il desiderio stesso si fonda sull’assenza e sulle tracce che questa lascia, trasformando la mancanza in esperienza condivisa.

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Roland Barthes – Frammenti di un discorso amoroso

Pink Floyd – Wish you were here

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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