Tutti noi siamo fatti di un testo. L’intreccio delle trame che si susseguono nella nostra vita costituiscono la rilegatura della strada che percorriamo dalla nascita fino ad arrivare al superamento delle varie fasi vitali. Molte volte consideriamo questo testo non modificabile. Quando compriamo un libro e lo apriamo, il primo approccio che abbiamo con l’inchiostro che si segue sulle pagine bianche è la definibilità, il limite dato dai contorni, la copertina che determina un inizio e una fine, e nulla che può sfuggire da lì, se non la nostra immaginazione.
Derrida non la pensava allo stesso modo. Per quanto sia fondamentale considerare un testo come una dimensione chiusa in quanto bisogna fronteggiarsi con i limiti stabiliti dallo stesso, se si vuole entrare al fondo delle sue potenzialità, bisogna decostruirlo. È una fase indispensabile di capovolgimento. In cosa consiste questo movimento? Ogni elemento del testo può essere ruotato, ha una potenzialità nascosta nell’ottica in cui, all’interno dei suoi stessi limiti, può vagare. Ha un potenziale fonico ancor prima di averlo scritto, e questo essere nella lingua parlata della persona stessa protagonista del testo, determina una traduzione nel testo dell’analizzante ancor prima di essere trascritto nell’inconscio. E una volta che si scrive, non si esaurisce lì.
Ogni lettera che fa parte di noi costituisce un taglio, non qualcosa di definito. E questo taglio rimanda ad altri mondi, che costituiscono un insieme di infinite potenzialità. Come soggetto siamo continui rimandi all’interno del nostro stesso testo. Per quanto abbiamo una copertina di inizio e fine, ogni singola lettera che compone le frasi della nostra esistenza nasconde il potere di aprire verso altro, di diverso, di ignoto, che si trova al di fuori del nostro stesso testo.
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Jacques Derrida – La disseminazione
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese

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