Lavorando all’interno della sanità pubblica, una domanda che sorge spontanea è: ma una diagnosi rappresenta il destino del soggetto? Catalogare un individuo, incasellarlo, pregiudica quello che è il suo futuro?
Il dubbio principale a riguardo è rispetto all’utilità di una diagnosi che non sia di struttura, ma normotica. Il Dsm, che è il manuale diagnostico diventato linguaggio universale del mondo della psicologia e della psichiatria, propone una serie di caselle normative atte, tramite il nominare una serie di sintomi, limitare il soggetto in un suo destino segnato o non segnato. Il percorso psicofarmacologico è il principale fautore di questa rigidità, e all’interno del mondo della salute mentale, l’assenza di diagnosi molte volte scompensa il professionista medico, come di fronte a un vero e proprio deserto del Reale, come direbbe Zizek.
Ma se l’utilizzo di diagnosi di questo tipo non servisse proprio alla medicina e alla psicologia per pararsi dalla paura del reale sintomatico, nel tentativo di limitarlo e sfumarlo per proteggersi dalla sua invadenza? Il problema sta nel fatto che, senza tenere conto delle particolarità di una struttura di personalità, diventa quasi una fede religiosa il seguire un percorso di vera e propria identificazione, al pari di una nominazione altra del Simbolico.
Forse, in un’epoca dove la parola viene meno, può essere un tentativo di darle importanza tramite la limitazione Simbolica della categoria. Dall’altro, l’effetto contrario consta nel limitare fortemente il desiderio del soggetto, che si riduce a una spinta identitaria senza luce.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
