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Psicologia

La dignità del folle

Uno dei grandi pregi di Lacan in campo psichiatrico è stato quello di distaccarsi completamente dall’idea che vi fosse una follia organica, data da dei difetti di “fabbrica”. Cavalcando l’idea foucoultiana, Lacan arriverà a definire, distaccandosi dal pensiero di Freud, che il pazzo per antonomasia, ossia lo psicotico, non è da interpretare come l’anormale rispetto alla massa.

Anche nella psicosi vi è una scelta del soggetto, che comporta, inevitabilmente, un’etica a riguardo. Nietzsche, in “Così parlò Zarathustra”, arriverà a definire come:

“C’è sempre un grano di pazzia nell’amore, così come c’è sempre un grano di logica nella pazzia.”

Il filosofo tedesco vi aveva visto chiaro. Vi è un filo rosso di logica che definisce la scelta del pazzo, ed è quello di distaccarsi dal mondo esterno, talvolta in maniera violente, al fine di non sentirsi più goduto da alcun Altro. L’Altro è dannoso, a partire dall’Altro materno, a tal punto che lo psicotico si vive come un oggetto di consumazione fra tanti. Potremmo definire la sua scelta come un tentativo ultimo di preservare la sua soggettività, il nocciolo del proprio essere, tramite il rimescolio di parole e atti che sono utili per coprirsi dall’odio esterno.

Questo restituire dignità al folle ha un duplice effetto. Se da un lato lo umanizza, rendendolo soggetto umano di fronte al grande tribunale del Simbolico, dall’altro conferisce lui delle responsabilità. In quest’ultimo caso, la legge è sorda. Il mondo del diritto si occupa, come nel caso della sentenza dell’Omicidio Cecchetin, di difendere il soggetto psicotico, a tal punto da definirlo incapace di intendere e volere. Ma cos’è servito allora umanizzare il pazzo agli occhi del sociale, se poi viene deresponsabilizzato di fronte all’atto compiuto?

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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