«[…] Men che dramma
di sangue m’è rimaso che non tremi:
conosco i segni de l’antica fiamma!»
(Dante Alighieri, Purgatorio XXX, 46-48)
C’è un momento, nella vita di ciascuno, in cui il passato torna con la precisione di una ferita che non si è mai del tutto rimarginata. Dante, di fronte a Beatrice, non parla solo d’amore perduto: parla della memoria del desiderio, di quel “tremore” che attraversa il corpo anche dopo anni, anche dopo la redenzione.
In psicoanalisi, direbbe Freud, ciò che è stato amato non si cancella mai: ritorna come traccia mnestica, come impronta. Per Lacan, invece, il desiderio non si spegne: cambia forma, si maschera, si sposta da un oggetto all’altro, ma resta fedele al suo mancare. “L’antica fiamma” è il nome poetico di quel mancare che ci costituisce, che ci rende vivi. Ogni amore, ogni incontro significativo, lascia un segno — non solo nel cuore, ma nel linguaggio stesso con cui pensiamo il mondo. E quando, per caso o per destino, incontriamo di nuovo ciò che un tempo ci ha incendiati, non è la persona o la situazione a tornare, ma il desiderio stesso che riaffiora. Nel tremore di Dante c’è tutto: la nostalgia, la colpa, la meraviglia. È la prova che nessuna catarsi può davvero chiudere ciò che ci ha aperti.
L’antica fiamma non brucia per distruggere, ma per ricordare che la vita, anche dopo il dolore, continua a vibrare.
Fonti:
Dante Alighieri, Purgatorio, Canto XXX;
Jacques Lacan, Seminario XI.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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