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Psicologia

Siamo fatti per vivere: la luce che il lutto lascia nel vuoto

Tra Lacan, la scomparsa e la memoria del mondo perduto

C’è un’esperienza che ogni essere umano, senza eccezione, è chiamato a vivere: la perdita. Eppure, ogni volta che la morte sfiora la nostra vita, ci sorprende come fosse la prima. Ci getta in un vuoto che non avevamo previsto, in un silenzio che non sappiamo abitare.

E allora riaffiora un’intuizione semplice e durissima:

Siamo fatti per vivere.

La morte ci attraversa, ci spezza, ci interrompe — ma la nostra struttura più intima è vita che vuole continuare, nonostante tutto. Si dice che l’ultima parola di Lacan sia stata: «Scompaio».Un congedo asciutto, un taglio netto. Una parola che contiene l’essenza di ciò che la psicoanalisi chiama separazione: non soltanto perdere qualcuno, ma perdere anche una parte di sé che viveva in quel legame.

Scomparire significa troncare i fili che ci tenevano sospesi al mondo.

La morte, che non scegliamo, lo fa senza chiederci il permesso. Noi rimaniamo: amputati, sbilanciati, feriti. E lungo ogni lutto, come ha scritto Recalcati, non scompare solo l’altro: scompare anche una porzione della nostra vita, quella che senza di lui non trova più un ordine, una direzione, un volto. La psicoanalisi lo ripete da più di un secolo: vivere significa perdere, continuamente. Dalla placenta, dal seno, dal corpo infantile, dall’illusione di un amore totale, dagli oggetti che ci abitavano come parti di noi… ogni passaggio è un taglio che separa il soggetto non solo dall’oggetto perduto, ma anche dal pezzo di sé che vi si era incollato. Per questo nei lutti ci sentiamo svuotati:

perché nel mondo si apre un buco,

e contemporaneamente si apre un buco dentro di noi.

Il lutto è un taglio a doppio bordo.

Chi se ne va davvero — chi muore, chi sparisce, chi non torna — porta con sé un pezzo del nostro mondo. È come se gli oggetti, le stanze, i ricordi, i gesti quotidiani venissero improvvisamente spogliati di senso. Come scrive Blaga Dimitrova, spesso non amiamo solo una persona, ma tutto il mondo che lei ci ha consegnato:

una stanza fredda, una teiera che scoppietta, un tram, un odore di castagne, un telefono che squilla.

Quando la persona se ne va, non perdiamo solo lei. Perdiamo il mondo intero nella forma in cui lo avevamo imparato ad amare. Ed è per questo che i lutti ci gettano nel vuoto:

non sappiamo più abitare il mondo senza quel colore, senza quella voce, senza quella direzione.

La scomparsa è buio, sì.

Ma dentro quel buio vive una luce sottile, fragile, che spesso non vogliamo vedere: la traccia del passato. Il dolore non è soltanto distruzione. È anche il segno che qualcosa in noi ha amato, ha vissuto, ha ricevuto, ha costruito senso. Il vuoto è proporzionale alla pienezza che c’è stata. E la disperazione, per quanto sembri cieca, conserva un bagliore:

la prova che eravamo vivi.

Non si tratta di consolare il lutto, né di attenuarne l’asprezza. Si tratta di riconoscere che ciò che ci fa male non è la morte in sé, ma il valore della vita che abbiamo condiviso. Il lutto è terribile perché testimonia che qualcosa è stato vero. Èper questo che, dopo la scomparsa, la vita continua a bussare. Con pudore, con lentezza, con esitazione. E a volte lo fa attraverso una memoria, una frase, una scena che torna all’improvviso. Il lutto non ci chiede di dimenticare:

ci chiede di ricominciare a vivere portando con noi ciò che resta.

Perché in fondo, come ci insegna la psicoanalisi, non si supera mai davvero una perdita.

La si trasforma.

La si integra.

La si custodisce.

E anche quando il dolore sembra buio assoluto, è proprio quel dolore a testimoniare che la vita, in qualche modo, continua a brillare dentro di noi.

Fonti:

Jacques Lacan – Il Seminario. Libro XI;

Massimo Recalcati – La luce delle stelle morte. Saggio su lutto e nostalgia;

Blaga Dimitrova – Perdita;

Ispirato da un post della pagina: Sitting on the dock of the bay2.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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