(Una lettura psicoanalitica del capolavoro di Ingmar Bergman)
Ingmar Bergman, con Il Settimo Sigillo mette in scena uno dei dialoghi più radicali e inquietanti della storia del cinema: quello tra l’uomo e la Morte.
Ma ciò che colpisce non è il tema della fine in sé, quanto l’impossibilità del soggetto di trovare una risposta che possa proteggerlo dal vuoto. Il cavaliere Antonius Block gioca a scacchi con la Morte per guadagnare tempo. Tempo per pensare, tempo per capire, tempo per trovare un senso. Ma questo tempo non gli basta mai. Il cavaliere interroga la Morte come se fosse un grande Altro che può garantire senso. Ma la Morte non risponde.
Non consola.
Non interpreta.
Semplicemente esiste.
E la sua presenza svela ciò che Lacan chiamerebbe la mancanza strutturale dell’Altro, la sua impossibilità di restituire un fondamento assoluto. Il cavaliere non gioca per vincere, gioca per domandare. E come ogni soggetto analizzante, cerca un sapere sul proprio desiderio dove il sapere non c’è. Il mondo in cui si muovono i personaggi è devastato dalla peste:
un contesto dove la religione vacilla, i riti non rassicurano, e il corpo sociale si sgretola.
Questo spazio desolato simboleggia il crollo delle grandi narrazioni, l’impossibilità di trovare un significante che garantisca l’ordine. Il soggetto è lasciato solo, nudo, davanti al proprio reale. Per molti versi, è una scena molto contemporanea. Il momento più umano e commovente del film è forse quello in cui il cavaliere, seduto con la coppia di attori itineranti, mangia latte e fragole. Non è una scena casuale. È il ritorno del desiderio semplice, dell’esperienza pura della vita, del “c’è qualcosa invece del nulla”. Quando tutto cade, il soggetto può ancora aggrapparsi a un gesto minimo, un incontro, uno sguardo — ciò che Recalcati chiama “la vita che insiste anche nel trauma”.
Il cavaliere non trova Dio, né la Verità.
Trova solo un sapore.
E quel sapore gli basta per continuare.
Alla fine la Morte vince la partita. Ma non lo fa come un nemico. È una presenza inevitabile, neutra, quasi compassionevole nella sua determinazione. La celebre “Danza macabra” finale non è un castigo, ma la restituzione del limite, la conferma dell’umano come essere finito. Ed è proprio su questo limite che, come direbbe Lacan, si costituisce il desiderio stesso. Nessun senso, nessuna garanzia, nessuna risposta definitiva. Solo la responsabilità soggettiva di vivere comunque.
Fonti:
I. Bergman – Il settimo Sigillo
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
