«Considerate, se volete, lo schema quadrangolare nel quale troviamo il soggetto, l’altro, l’Io come immagine dell’altro e l’Altro con la A maiuscola… Il fallo non è mai dove ci aspettiamo che sia, eppure è sempre lì.»
Lacan
Lacan, nel Seminario VI, affronta uno dei nuclei più enigmatici della psicoanalisi: il luogo del desiderio. E per farlo convoca lo Schema L, il dispositivo geometrico che organizza i quattro poli fondamentali dell’esperienza umana:
S: il soggetto diviso a: l’altro immaginario I: l’immagine dell’Io A: l’Altro simbolico
A questo schema, Lacan aggiunge un oggetto che non si vede ma determina tutto:
il fallo come significante del desiderio.
Lacan provoca:
il fallo è come la lettera trafugata di Poe sotto gli occhi di tutti, eppure invisibile. Il soggetto lo cerca dove crede che sia:
nell’altro, nello sguardo dell’Io, nella conferma, nell’amore, nel riconoscimento.
Ma Lacan ci dice:
il fallo è sempre altrove.
È ciò che struttura il desiderio, non ciò che lo soddisfa. Come nella metafora del gioco degli scacchi evocata da Lacan, il soggetto non vuole mai perdere la sua Regina. La difende, la protegge, la sposta, la sacrifica… purché resti nel campo del gioco. La Regina rappresenta ciò che il soggetto fantasmaticamente crede di poter possedere per colmare la sua mancanza. Ma proprio questa illusione lo espone alla dipendenza dall’Altro. Nel rombo di Lacan, il soggetto (S) non comunica mai direttamente con la sua immagine (I) o con l’altro immaginario (a):
ogni relazione è attraversata dall’Altro simbolico (A), cioè dal linguaggio, dal significante, dall’ordine del discorso.
Per questo il desiderio è sempre dislocato. Non riguarda l’altro che amiamo, né l’immagine che cerchiamo di incarnare, ma il luogo simbolico che ci determina. Il fallo, come il signifier mancante, è il punto che sposta il soggetto sull’asse S–A, l’unico asse che produce verità.
Quando Lacan dice:
“il soggetto non vuole perdere la sua Regina”, ci sta mostrando la logica del desiderio: custodiamo l’oggetto fantasmatico come se fosse essenziale, ma è proprio il suo essere mancante a renderlo desiderabile, e a tenere in vita l’intero gioco psichico. Per questo, anche quando l’oggetto si manifesta, il soggetto scopre che non lo voleva davvero: voleva continuare a desiderarlo. Che il desiderio non è mai un percorso rettilineo. É un’orbita, una deviazione, una danza attorno a un vuoto. L’analisi non mira a colmare questo vuoto, ma a renderlo dicibile. La Regina (il fantasma, l’oggetto ideale, il significante fondamentale) non è da conquistare, ma da interrogare. Il soggetto non è chiamato a possedere, ma a leggere ciò che lo fa muovere.
Fonti:
J. Lacan, Seminario VI;
J. Lacan, Scritti.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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