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Psicologia

Ripetere, godere, perdersi: perché il desiderio nasce sempre da una perdita

Nel cuore dell’insegnamento di Lacan c’è un’idea che continua a disturbare e a illuminare insieme: l’essere umano non desidera per raggiungere un equilibrio, ma perché qualcosa si è perduto per sempre. La ripetizione, che Freud scopre oltre il principio di piacere, non è la semplice reiterazione di un’abitudine o di un bisogno biologico: è il modo con cui il soggetto torna, ancora e ancora, attorno a un punto di perdita. È qui che Lacan colloca il godimento, non come piacere, ma come ciò che eccede la vita, come ciò che la mette in crisi. Non ripetiamo per stare meglio: ripetiamo perché siamo presi in una logica che va oltre il benessere, una logica che tocca il reale del nostro essere parlanti. Freud se ne accorge quando si accorge che il soggetto torna ostinatamente là dove ha sofferto. Ed è costretto a formulare una delle ipotesi più scandalose della psicoanalisi: l’istinto di morte. Lacan radicalizza questa scoperta e mostra che la ripetizione è strutturalmente legata al godimento. Ogni ripetizione comporta una perdita di energia, una dispersione, una entropia. Ed è proprio in questa perdita che sorge ciò che chiamiamo desiderio. Il soggetto non insegue un oggetto perché lo renderà felice, ma perché in quell’oggetto spera di ritrovare ciò che è andato perduto senza che egli possa mai sapere davvero che cosa. Qui entra in gioco l’oggetto a, l’oggetto perduto per eccellenza, non un oggetto reale ma la traccia di una mancanza. Lacan lo colloca nel punto in cui il sapere produce perdita. Il sapere non è mai neutro: è un apparato che genera godimento e, proprio per questo, produce scarti, residui, resti. Il soggetto nasce precisamente in questo resto. Non siamo soggetti perché possediamo un’identità, ma perché siamo tagliati da un significante, marcati da un tratto unario che ci inaugura come mancanti. È questa marca originaria che ci espone alla ripetizione. Lacan è netto: il significante non serve a comunicare, ma a incidere. Il significante rappresenta un soggetto per un altro significante, e in questo passaggio qualcosa si perde. Ogni volta che parliamo, che ricordiamo, che decidiamo, c’è una dissipazione di godimento. Eppure è solo da questa dissipazione che nasce il desiderio. Il sapere lavora producendo entropia, e proprio in questo lavoro nasce il “più-di-godere”: quel surplus che non colma mai la mancanza ma la rilancia continuamente. Per questo il godimento non coincide mai con il piacere. Il piacere protegge la vita, il godimento la oltrepassa. Il soggetto può persino costruire un’intera religione dell’apatia, dell’anestesia affettiva, del non sentire più: ma anche in questa fuga dal sentire si annida un godimento. La ripetizione non è mai innocente. Ciò che ritorna ritorna perché qualcosa insiste, perché il soggetto è preso nel circuito di una perdita che non può essere elaborata una volta per tutte. La conseguenza clinica è decisiva: il sintomo non è un errore da eliminare, ma una soluzione costruita attorno a una perdita. Il fantasma non è una bizzarria dell’immaginazione, ma la scena in cui il soggetto si colloca come oggetto di godimento dell’Altro. Anche il corpo, nel fantasma, diventa superficie di iscrizione, marchio, segno. Il godimento passa sempre da una ferita, da una incisione, da un punto in cui il significante ha lasciato un segno. Il rovescio della psicoanalisi, allora, è proprio questo: non c’è guarigione senza perdita, non c’è desiderio senza ferita, non c’è soggetto senza entropia. L’idea contemporanea di una vita ottimizzata, efficiente, senza scarti, è una fantasia di padronanza che nega la struttura stessa dell’umano. L’essere parlante non è un organismo che tende all’equilibrio, ma un soggetto che nasce da uno squilibrio originario. E tutto il suo sapere, tutto il suo lavoro, tutta la sua civiltà sono tentativi, mai definitivi, di fare qualcosa con questa perdita. Nel punto in cui il sapere pretende di essere puro, trasparente, performativo, la psicoanalisi ricorda che esso è sempre anche mezzo di godimento. Non siamo guidati da ciò che sappiamo, ma da ciò che il sapere non riesce a colmare. È in questo vuoto che il soggetto insiste, desidera, ripete. Ed è solo attraversando questa perdita – senza cercare di cancellarla – che qualcosa come un atto, una scelta, una trasformazione può realmente avere luogo.

Fonti:

J. Lacan – Seminario XVII

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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