Nel Seminario Il rovescio della psicoanalisi Lacan compie uno dei suoi movimenti più destabilizzanti: mostra che il sogno non è semplicemente il luogo in cui la verità si traveste, ma anche il dispositivo attraverso cui la verità viene tenuta a distanza. Riprendendo Freud, Lacan mette al centro una distinzione decisiva, troppo spesso fraintesa: non esiste un “bisogno” di dormire, esiste un desiderio di dormire. Non un fatto biologico, dunque, ma un atto psichico. Il sogno nasce dal desiderio di continuare a dormire, non dal desiderio di dire la verità. E proprio qui si consuma il paradosso più inquietante dell’inconscio: il sogno non serve a svegliarci, serve a evitare il risveglio. Freud osserva che spesso il sogno ci sveglia proprio quando sta per lasciar trapelare qualcosa di intollerabile. È in quel punto che il soggetto si ridesta. Ma, dice Lacan, ciò che chiamiamo “risveglio” è in realtà un passaggio da un sogno a un altro: dal sogno notturno al sogno della realtà. La veglia non è la fine dell’inganno, è la sua forma socialmente condivisa. Continuiamo a sognare nel reale, solo con icone più stabili, orari più rigidi, ruoli più definiti. Il desiderio di dormire diventa così il desiderio di non sapere, di non vedere troppo, di non essere toccati dalla verità nel suo punto più vivo e più traumatico. Lacan insiste su un dato spiazzante: la verità non è qualcosa che si rivela lentamente e con ordine. La verità, semmai, appare come un lampo, attraversa il campo del soggetto come un galoppo, e subito scompare. Non si lascia trattenere. Non si lascia possedere. Quando irrompe, lo fa sempre in modo eccedente, sproporzionato, spesso privo di senso apparente. Ed è proprio questa “mancanza di senso” a segnalare che qualcosa di vero è passato. Non il vero come certezza, ma il vero come ferita. Il soggetto non è fatto per reggere questa intensità. Per questo il sogno lavora come una diga: traduce, maschera, sposta, inganna. Non per mentire, ma per far sopravvivere. Il desiderio di dormire è il desiderio di continuare ad abitare una certa economia della sofferenza, un equilibrio fragile in cui il troppo non irrompe tutto insieme. Il sogno è dunque un compromesso tra il desiderio e la verità, ma un compromesso strutturalmente orientato alla difesa. In questa prospettiva, il risveglio autentico non coincide con l’aprire gli occhi al mattino. Anzi, spesso dormiamo di più quando crediamo di essere finalmente svegli. La realtà stessa diventa una scena onirica, una forma addomesticata del reale che ci consente di continuare a non sapere. Per questo Lacan può dire che ci si sveglia solo per continuare a sognare. La verità resta sempre un po’ oltre, come qualcosa che ritorna al galoppo, attraversa la vita, lascia una scossa, un sintomo, un inciampo del discorso… e poi fugge di nuovo. L’esperienza psicoanalitica si colloca esattamente in questo punto instabile: non come rivelazione totale, ma come incontro ripetuto con quei frammenti di verità che sfuggono al sogno, che bucano la trama della realtà ordinaria e mostrano che il soggetto non coincide mai pienamente con ciò che crede di essere. Non si tratta di “svegliarsi una volta per tutte”, ma di sostenere, senza richiudersi subito nel sonno, l’istante in cui qualcosa del vero ha attraversato il campo. Forse è per questo che la verità è così difficile da abitare: perché non è fatta per durare, ma per passare. E noi, creature del desiderio di dormire, siamo costantemente tentati di richiudere gli occhi proprio nell’istante in cui potremmo vedere qualcosa di troppo reale.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
