C’è una morte che non arriva all’improvviso, che non irrompe con la violenza di un evento, ma che ci accompagna piano, fedele, dal mattino alla sera. È una presenza discreta, silenziosa, quasi educata. Non fa rumore, non bussa alla porta: cammina accanto a noi. È quella morte che Pavese riconosce negli occhi dell’amata, negli stessi occhi che dovrebbero promettere salvezza e che invece si rivelano soglia, confine, abisso. La morte qui non è fine biologica, ma esperienza quotidiana della perdita, del vuoto, del rimorso che non dorme. È insonne e sorda come un vizio assurdo, come un pensiero che torna sempre nello stesso punto. Gli occhi, che per tutta la tradizione sono il luogo della verità e dell’incontro, diventano una “vana parola”, un grido trattenuto, un silenzio che pesa più di qualsiasi urlo. In quello sguardo si specchia il paradosso più feroce dell’amore: ciò che promette vita può diventare anche il luogo del nulla. Ogni mattina, davanti allo specchio, non vediamo solo il nostro volto: vediamo riemergere le assenze, i legami che ci hanno attraversato e che ancora ci abitano, anche quando sembrano finiti. L’altro continua a guardarci da dentro, come una memoria che non si lascia seppellire. Quando Pavese scrive che “quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla”, tocca uno dei nervi più scoperti dell’esistenza: l’impossibilità di separare definitivamente eros e tanatos, desiderio e distruzione, speranza e precipizio. L’amore non è solo ciò che salva, ma anche ciò che espone. È ciò che ci dà un volto, e proprio per questo può togliercelo. La morte, allora, non è più soltanto un evento futuro: è una forma di conoscenza. È il momento in cui capiamo che tutto ciò che ci rende vivi ci rende anche vulnerabili. Per tutti la morte ha uno sguardo, scrive Pavese. Ognuno di noi le dà un volto diverso, ma sempre umano. La morte diventa così simile a un vizio da smettere, a un’abitudine dell’anima di cui non riusciamo a liberarci. È come guardarsi allo specchio e non riconoscersi più, come ascoltare un labbro chiuso che pure continua a parlare dentro. C’è qualcosa di profondamente tragico in questo: l’idea che non si muoia soltanto alla fine, ma in ogni attimo in cui qualcosa si spezza senza fare rumore. E alla fine si scende nel gorgo muti. Non con il clamore delle grandi tragedie, ma con il silenzio di chi ha già detto tutto dentro di sé. La discesa non è una caduta violenta: è un lasciarsi andare. È il momento in cui le parole non servono più, perché l’esperienza ha già superato ogni possibile spiegazione. In questo silenzio ultimo, la poesia di Pavese non ci offre consolazione, ma verità: la morte non ci è estranea, ci somiglia. Ha i nostri legami, i nostri ricordi, i nostri occhi. Forse è per questo che questi versi continuano a ferire: perché non parlano della fine come di qualcosa che verrà soltanto “dopo”, ma come di una presenza che ci guarda già ora, da dentro le cose che amiamo. La morte non è fuori dalla vita. Le cammina accanto. E spesso indossa proprio il volto di ciò che più ci ha fatto sentire vivi.
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C. Pavese – Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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