Nell’ultima frase del Tractatus logico – philosophicus, Wittgenstein conclude dicendo: “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Frase che fu interpretata negli anni a venire, in quanto, in maniera oscura, sembra che il filosofo inglese ci voglia dare un monito legate al limite del linguaggio.
Che il linguaggio sia limitato Lacan ce lo dice più volte all’interno del suoi seminari. Nello specifico nella seconda parte del suo pensiero, quella legata all’introduzione del registro del Simbolico, Lacan specifica che c’è un buco nel linguaggio, un qualcosa che manca, e che lascia fuoriuscire parte del godimento del soggetto. C’è una parte di godimento che non è simbolizzabile, e che nasce proprio dall’incontro del limite del linguaggio, ossia l’oggetto causa del desiderio, detto anche oggetto a.
Ma se si deve tacere di ciò di cui non si può parlare, allora di cosa si deve parlare? Il problema con la frase di Wittgenstein è che analizza la limitazione del linguaggio solo nell’ottica di un muro oltre il quale non si può andare. In realtà è proprio lì che la psicoanalisi deve tendere.
Tendere verso quell’indicibile di cui si deve tacere. Tendere verso ciò di cui non si deve parlare, perché è proprio questo movimento verso il (non) noto che si trova la nostra vera natura di soggetti.
Un trauma tante volte non è indicibile? Per la maggior parte ci blocca. Non ci fa parlare. Ma è lì che siamo davvero. Nel silenzio del nostro trauma. Quindi tendiamo sempre verso ciò di cui si deve tacere!
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Ludwig Wittgenstein – Tractatus Logico Philosophicus
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
