(Per La Giornata Internazionale della Montagna)

La montagna non è un paesaggio. È un’esperienza dell’interiorità. Ogni volta che l’uomo guarda una montagna, in realtà guarda una forma del proprio limite. È una presenza verticale che interrompe il nostro orizzonte mentale, che ci costringe a smettere di guardare avanti e a cominciare a guardare in alto. Ed è questo che la rende profondamente psicoanalitica. La montagna è il luogo del limite Freud direbbe che il limite non è una punizione, ma ciò che rende possibile il desiderio. Perché se tutto è pianura, se tutto è uguale, raggiungibile, liscio, non desideriamo più nulla. La montagna ricorda che esistono ostacoli che non possiamo aggirare senza diventare più grandi di ciò che siamo.

A una certa quota,

la folla resta in basso.

Il rumore si sbriciola.

Resta il fiato,

il ritmo del passo,

la propria voce interiore.

È l’esperienza che Jung chiamava “ritiro simbolico”: perdersi dalla comunità per ritrovare sé stessi. La solitudine di montagna non isola, ricentra. La montagna non è fatta per farci sentire invincibili. É fatta per ricordarci che siamo mortali. Il vuoto, il ghiaccio, l’instabilità del terreno sono metafore perfette dell’inconscio: zone dove non cammini se non accetti di non controllare tutto. Come in analisi, chi sale davvero deve poter dire:

“Ho paura, ma continuo.”

Quando arrivi in cima capisci una cosa:

non sei salito per vedere il panorama. Sei salito per vedere chi sei diventato mentre salivi. La montagna è un dispositivo simbolico potentissimo:

ti fa sentire il peso del corpo,

il limite del respiro,

la resistenza della mente.

E ogni volta che sali,

torni diverso.

Perché celebriamo la montagna?

Perché ci ricorda qualcosa che l’uomo moderno tenta in ogni modo di dimenticare:

che non siamo Dio,

non siamo onnipotenti,

non siamo infiniti.

E proprio per questo

siamo vivi.

——

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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