Da psicoanalisti, e non solo, è interessante analizzare l’evoluzione che hanno subito le sintomatologie dei soggetti. Quali sono i sintomi più frequenti dell’epoca in cui viviamo? E rispecchiano in parte quella che è l’evoluzione sociale?

Una ventina di anni fa c’è stata l’ascesi dei disturbi legati all’alimentazione, come anoressia, bulimia e obesità. E molti lì interpretazione come sintomatologie volte a escludersi dall’altro, rifiutare il discorso sociale per riversarsi sul rapporto con il cibo. Ma, in realtà, vive in questi sintomi un messaggio di aiuto all’altro, di ricerca di relazione. L’oggetto cibo non è fine a se stesso, ma fondamentale per il soggetto al fine di essere visto dall’altro. Lo sguardo é ricercato, anche se visto come fonte di pensieri negativi. D’altronde che cosa riflette lo sguardo dell’Altro se non le nostre paure?

Con il passare degli anni é cambiata la società, è cambiata la sintomatologia. Nello specifico sono dilagati gli attacchi di panico, per poi evolversi nell’angoscia vicina al malessere diffuso che porta molti soggetti a escludersi completamente dalle situazioni relazionali. Qual è la differenza con il passato?

Se prima lo sguardo dell’altro veniva ricercato, nonostante il rapporto contraddittorio alla base, ora vi è il tentativo di sradicare il rapporto con l’altro, e vivere in una condizione di malessere che è senza oggetto! Allora cosa c’è alla base, ad esempio, di un attacco di panico? Husserl, e poi Galimberti, parlano di un’assenza di intenzionalità, partendo dal presupposto che l’individuo sperimenta panico quando fa ciò che non vuole. E in un certo senso anche Lacan.

Lacan, in tempi non sospetti, parla di queste sintomatologie come di un contatto con il Reale, con quell’oggetto che piu ci ricollega alla dimensione inconscia traumatica che ci riguarda da vicino, ma di cui non vogliamo saperne (forse perché non la conosciamo razionalmente). E qual è questo oggetto? Lo sguardo dell’altro.

Bergman lo analizza molto bene in Persona. Quando la protagonista viene invasa dallo sguardo dell’altro, ciò che lo spettatore percepisce è dolore. E fu una mossa profonda per da parte di Bergman per far comprendere come ciò che ci fa cambiare, anche nella sofferenza, è avere gli occhi, anche immaginari, dell’altro addosso.

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Ingmar Bergman – Persona

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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