Quelle poche volte che accendo la televisione e scorro su qualche canale, distrattamente e per non più di qualche minuto, mi capita spesso di incontrare i grandi notiziari ai quali la gente assiste. Ciò che mi fa riflettere nel vedere le notizie che si susseguono non è tanto il riportare ciò che ci circonda, che può essere lo spunto per il grande pubblico per informarsi più approfonditamente (anche se non accadrà mai), ma la morbosità che si cela nella narrazione dei fatti di cronaca nera.
Omicidi, violenze varie, scorrono a raffica, ma non così tanto a raffica per parlare di superficialità. La narrazione che si cela dietro a tutto ciò cavalca perfettamente da una parte la brevità necessaria di una notizia al telegiornale, e dall’altra la descrizione di particolari approfonditi, poco utili a comprendere il senso che si giace dietro un gesto estremo, e narrati più per suscitare il “morbo” nello spettatore che segue inanimato. E questa modalità di narrazione mi fa, per certi versi, confutare l’affermazione di Lacan “il trauma è qualcosa di irriducibile”.
D’altronde cosa voleva comunicare Lacan con questa frase? Che noi possiamo insabbiare, rimuovere, il trauma dalla nostra narrazione quotidiana, ma che questo prima o poi ritorna come una deflagrazione, che può corrispondere anche a un evento di grande portata, come il crollo delle Torri Gemelle per gli americani. Ma osservando il come viene narrata la notizia sullo schermo casalingo, ciò che mi salta all’occhio e all’orecchio è un gusto perverso per il macabro, un alimentare mortifero di una forma di storia che apre un circolo vizioso nelle menti di chi guarda, ossia “che disgrazia! Che schifo! Non posso farci nulla… ma non ha niente a che fare con me!”.
Molto probabilmente è vero. Il ragazzo che uccide il padre di famiglia non ha niente a che vedere con la maggior parte di noi. Ma la notizia non suscita quello che dovrebbe suscitare. Viene trattata con sufficienza, come l’ennesimo segnale del degrado morale della nostra società. Ed è per questo che mi ritrovo più nell’opposizione di Baudrillard a Lacan, ossia “il trauma è spettacolo”. Quindi il trauma non è più qualcosa che ci insegna qualcosa, ma viene coperto dalla cosiddetta iper realtà, una realtà virtuale che sostituisce la nostra grazie a una narrazione che insabbia quel ritorno del rimosso.
Sembra quasi che non esista rimosso come tale, o meglio, un rimosso che possa fare più così male al soggetto, che possa più metterlo di fronte davvero al proprio di trauma personale. La rappresentazione di questo trauma ci ha inghiottito, e ci ha buttato in un mondo dove la notizia più brutale la scrolliamo con un dito.
——
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese

Rispondi