Talvolta ci troviamo in situazioni dove l’angoscia ci pervade completamente. Non riusciamo più a respirare bene, ci sentiamo come bloccati nel subire passivamente il tutto, senza avere la capacità di fare azioni volontarie.

É proprio in quell’angoscia del tutto che ritroviamo una parte di noi nascosta. In un passaggio di un’opera di Jean Hippolyte, ossia “Genesi e struttura della Fenomenologia di Hegel”, il filosofo francese sottolinea che il disperdersi della coscienza in forme precise della vita ci lascia nell’indifferenza, nel “si” quotidiano, come direbbe Heidegger. E a un certo punto questa indifferenza deve cadere. Si crepa.

Cosa si trova in questa crepa? Il nostro essere più intimo. È come se, per un attimo, ci distaccassimo dal nostro essere naturale. Come se non ci fosse più quella cosa, quella persona, ma rimanessimo solo noi a contatto con la nostra angoscia.

Ed è un po’ ciò che si ripercuote nella Dialettica Servo – Padrone. Il padrone diventa tale perché affronta la paura della morte. Ma ha mai fatto un lavoro su se stesso per entrare in contatto con questo nulla? Il servo si. Il servo si protegge, idealizza il padrone, fino a quando il suo lavoro, che non è nient’altro che un lavoro della propria coscienza, lo rende consapevole del suo essere, e quindi anche del suo nulla.

Quindi dobbiamo essere servi. É normale che questa frase ci rimandi alla schiavitù tipica della critica capitalista. Ma il termine servo é da intendere come colui che, grazie al proprio lavoro, é riuscito a immergersi completamente nel suo essere, distaccandosi dall’indifferenza. Ci ha messo le mani in quel suo nulla, anche se, apparentemente, gli faceva paura.

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Jean Hippolyte – Genesi e struttura della fenomenologia di Hegel

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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