Nel 2026 non viviamo più dentro strutture solide, ma abitiamo reti, feed, notifiche e algoritmi capaci di leggerci meglio di quanto noi stessi sapremmo mai fare, eppure continuiamo a soffrire per le solite, antichissime ragioni, l’amore, la mancanza, la ricerca di un’identità e quel vuoto che nessuna banda ultralarga sembra poter colmare, e in questo paesaggio instabile Lacan e Guattari appaiono come due fantasmi incompatibili, dove l’uno parla di Legge, limite e mancanza mentre l’altro invoca flussi, macchine e desiderio produttivo, ma proprio oggi scopriamo che non si escludono, bensì si necessitano profondamente perché Lacan ci serve quando il mondo si sbriciola, dato che nel 2026 non è la libertà a mancarci quanto la forma e il soggetto contemporaneo non è oppresso da una Legge autoritaria ma si ritrova disperso, frammentato e privo di un centro di gravità; Lacan interviene dunque per ricordarci che non siamo solo la somma dei nostri stati d’animo o il riflesso di un feed, ma che esiste una struttura che ci attraversa anche quando è invisibile, insegnandoci che il sintomo non è un errore di sistema ma una scrittura preziosa, l’ultimo baluardo che osa affermare che non tutto è fluido, tuttavia, proprio perché Lacan ordina rischia di soffocare, ed è qui che Guattari diventa indispensabile per quando la struttura si trasforma in gabbia, poiché nel 2026 la sofferenza non deriva solo dalla mancanza ma da un eccesso di forma fatto di ruoli, performance, branding del sé e identità obbligate, e Guattari rompe questo guscio ricordandoci che il desiderio non nasce dal vuoto ma dal movimento, che non siamo mancanze da riparare ma macchine capaci di riconnettersi costantemente, non per curare ma per riaccendere la vita; per questo nel 2026 non serve scegliere un unico sistema ma occorre imparare ad abitare una tensione, oscillando tra il bisogno di Lacan quando ci sentiamo persi e il richiamo di Guattari quando ci sentiamo imprigionati, perché se Lacan ci ancora per non farci trascinare via, Guattari ci scompiglia per non farci morire di stasi, costringendoci a restare in equilibrio tra due vertigini necessarie, la forma che ci tiene in piedi e il flusso che ci impedisce di spegnerci dentro, in una convivenza che è tanto instabile quanto vitale.
Fonti:
J. Lacan, Scritti;
G. Deleuze e F. Guattari-L’antiedipo.
—-
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
