Una dei passi avanti teorici e clinici più importanti fatti dalla Psicoanalisi a partire da Freud è condensato nell’affermazione “L’Io non é padrone a casa propria”. Cosa nasconde questa frase per certi versi enigmatica?
In una tradizione fortemente positivista, anche in tempi moderni siamo portati, con l’ondata della psicologia cognitivista, a pensare che tutto sia riportabile a una coscienza. Tutto può essere reso coscienza, è proprio per questo motivo l’obiettivo del soggetto deve essere quello di rafforzare tale coscienza. Ma. C’è un ma, e non da poco. In realtà esiste una parte del nostro agire, del nostro esprimerci, che sfugge completamente da questo campo di coscienza.
Sia Freud che Lacan parlano di Lapsus, motti di spirito, balbuzie, per indicare l’inciampo del linguaggio, quella zona grigia in cui la coscienza viene meno, e l’Io si trova spaesato, senza più difese. É arrivato il Reale, come direbbe Lacan. Il Reale dell’inconscio.
Difatti se l’Io non è padrone a casa propria, vorrà dire che c’è dell’altro sotto quella corazza di coscienza. Quell’altro è la nostra parte inconscia. Seppur parlati da un Altro simbolico, che ci nomina ancora prima di nascere, questo non ci determina in tutto il nostro essere soggetti. È importante il nome, forse fondamentale, ma non si trova lì il soggetto.
Il soggetto si esprime nell’inciampo. Come quando prendiamo male con il piede lo scalino. La scala ha sempre avuto quella direzione, quella conformazione, ormai la conosciamo bene, anche al buio. Ma vuoi per la fretta, vuoi per la giornata, mettiamo un piede in fallo. Inciampiamo, siamo costretti a fare un movimento goffo per evitare di cadere. E non é nel ripetersi del salire meccanico che ci ritroviamo, ma in quell’ingresso di Reale che ci ingombra.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
