«Così continuiamo a remare, barche contro corrente, sospinti senza posa verso il passato.»
(Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby)
C’è qualcosa di crudele e lucidissimo in questa immagine: non stiamo semplicemente andando avanti nella vita, stiamo remando. E remare significa fatica, ripetizione, gesto che si rinnova senza mai garantire davvero un progresso. La barca avanza, ma la corrente è più forte. Il movimento non è una conquista, è una resistenza. In questa frase Fitzgerald smonta uno dei miti fondamentali della modernità: l’idea che il tempo sia una linea orientata verso il futuro, verso il “meglio”. Al contrario, ciò che ci spinge non è tanto ciò che verrà, ma ciò che è stato. Il passato non è alle nostre spalle: è il vero motore invisibile delle nostre scelte, dei nostri desideri, delle nostre nostalgie. Crediamo di progettare il futuro, ma spesso stiamo solo tentando di ripetere qualcosa che abbiamo già perduto. La psicoanalisi direbbe che non desideriamo il nuovo, desideriamo il ritorno. Non torniamo mai nello stesso luogo, ma torniamo sempre allo stesso punto logico: a un oggetto, a un volto, a una sensazione primaria che ha lasciato una traccia. La corrente è fatta di ricordi, fantasmi, identificazioni. Remiamo convinti di andare avanti, ma la spinta è retroattiva.C’è anche una forma di malinconia strutturale in questa immagine. Non è solo il passato a trattenerci: è l’impossibilità di separarcene davvero. Ogni progetto porta dentro di sé una quota di lutto. Ogni desiderio è un tentativo di riparare una perdita. Anche l’ambizione più luminosa ha una radice nostalgica. Fitzgerald non sta dicendo che siamo condannati all’immobilità, ma che il movimento umano è sempre ambiguo: procediamo mentre ripetiamo, costruiamo mentre rimpiangiamo, immaginiamo il futuro con materiali presi dall’archivio del passato. La corrente non è un nemico esterno, è il nostro stesso modo di esistere nel tempo. Forse maturare non significa smettere di remare contro corrente, ma accorgersi finalmente in quale direzione scorre l’acqua. E accettare che ciò che ci spinge non è la promessa di ciò che saremo, ma la persistenza di ciò che non siamo più.
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Fonti:
F. S. Fitzgerald- il grande gatsby
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
SubRosa
