Cos’è che affascina tanto le nuove generazioni dell’universo IA, ossia intelligenza artificiale? E quanto questa questa può rappresentare un aiuto o minaccia per lo psicanalista e il soggetto?

Una volta ebbi una conversazione interessante con un amico, il quale ha sempre mostrato forti dubbi verso il mondo della psicoanalisi, per quanto non ne potesse nascondere il fascino quasi mistico. Nello specifico mi colpì un quesito che mi pose, ossia “come pensate di fare voi psicologi di fronte a persone che trovano benessere nel chiedere aiuto a un computer?”. La domanda mi lascio interdetto. E chi si era mai posto questo interrogativo! Ma è fondamentale entrarci in profondità, perché, se non si è all’interno dell’universo simbolico che ci regola, possiamo essere solo soggetti psicotici, così come Lacan insegna.

Quante persone trovano conforto nel porre una domanda a un’Intelligenza artificiale? D’altronde, in un’epoca in cui vi è sempre di più un forte ritiro sociale, il non doversi fronteggiare con nessuno può rappresentare solo una fonte di salvezza. Non devo più reggere lo sguardo dell’altro! Non devo più incontrare la sua parola! Incontriamo, invece, la parola anonima. Uno schermo, e nello specifico un’Intelligenza artificiale, grazie a una serie di algoritmi, ci dà risposte che forse neanche un essere umano sarebbe in grado di dare. E allora dove si trova il problema? É un vero e proprio facilitatore.

Bisogna denotare intanto che questa evoluzione nel rapporto con la tecnologia viene incontro a un’evoluzione sociale, dove il soggetto sviluppa sempre di più instabilità in situazioni sociali, sotto l’effigia del “mi sento giudicato”, oppure “ho ansia nell’avere a che fare con gli altri”. Un’ansia sempre esistita, ma che con l’introduzione di una strada alternativa tra il chiudersi in casa e affrontare il proprio trauma, ossia il potersi fronteggiare con qualcuno non di fisico e anche abbastanza acuto, non ha fatto altro che trovare una propria giustificazione.

Allora da psicoanalisti è giusto interrogarsi su una cosa: dov’è setta tutto ciò i limiti dell’arte psicoanalitica? Perché ne arriva inevitabilmente a stabilire. Ma tutti i limiti che si possono dedurre hanno un unico denominatore comune, ossia il voler fuggire dall’incontro con l’Altro. Un Altro che ci nomina fin da piccolo, che ci affibia le sue insegne, e che la maggior parte di noi vive passivamente, come una crocifissione.

Ma è proprio la figura di Gesù Cristo che ci può aiutare a comprendere cosa portino quei chiodi piantati nella carne. Sono il segno di un incontro che sempre sarà traumatico, ma è necessario per diventare soggetto. Allora, per quanto ponga tanti obiettivi onorevoli l’intelligenza artificiale, vuole uccidere il soggetto, rendendolo l’anonimo senza insegne. Oltre all’uccisione della morte, ciò porta inevitabilmente all’uccisione del soggetto. Non c’è soggetto senza incontro con l’Altro, e non c’è desiderio. Solo una piccola forma di Sadismo, senza neanche la sorta di “eroismo” della figura diventata oggetto di analisi filosofiche e letterarie: non si combatte la Legge, non la si nega. Là si aggira, e come qualsiasi aggiramento, porta a un movimento circolare senza cambiamento.

Si potrebbe sintetizzare questo movimento nell’Hula Hoop. Un oggetto di gioco, divertimento, risate, che porta ad annullare il soggetto per perpetuare un movimento senza fine, ma senza cambiamento.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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