(ovvero: la maschilità come finzione)
La formula che Lacan chiama “finzione maschio” è forse una delle più brutali che la psicoanalisi abbia mai prodotto. Non perché offenda qualcuno, ma perché toglie alla maschilità il suo ultimo rifugio immaginario: l’idea di essere qualcuno in quanto si possiede qualcosa. La formula è semplice, quasi infantile: si è quello che si ha. La vita ridotta a una contabilità simbolica, dove l’identità si misura in termini di possesso, di prestazione, di visibilità. Averlo o non averlo: il resto è rumore. L’uomo, in questa logica, non esiste come soggetto ma come funzione. È ciò che ha, e ha ciò che è. L’oggetto del suo desiderio — la donna — viene inscritto come ciò che manca, come ciò che garantisce valore a ciò che lui possiede. Non è una teoria psicologica: è una struttura. La maschilità, per Lacan, non è un’identità ma una finzione necessaria, un montaggio simbolico che permette al godimento di organizzarsi come economia, come circolazione, come potere. É qui che Lacan introduce il termine hommelle, una parola quasi ridicola, volutamente ambigua, che serve a sabotare questa costruzione dall’interno. Hommelle non è né uomo né donna, ma il punto in cui la logica del possesso implode. Non si è quello che si ha. Si è quello che ha, ma non si è quello che si ha. La formula si avvita su se stessa e produce un corto circuito: l’uomo è tale proprio nella misura in cui non coincide con ciò che possiede. Più ha il fallo, meno lo è. Più è “maschio”, meno è soggetto. La conseguenza è radicale: il fallo non fonda l’identità, la svuota. Non è una parte del narcisismo, non è un investimento sul proprio corpo, non è una risorsa erotica. È un punto di sottrazione. Un buco nel sistema. La libido oggettuale non nasce dall’amore per sé, ma da una perdita strutturale: dal fatto che il godimento è vietato proprio nel punto in cui dovrebbe garantire pienezza. Il fallo non è ciò che si possiede, è ciò che non si può mai essere. Ed è per questo che, dall’altra parte, la donna assume valore proprio perché non ce l’ha. Non perché sia mancante, ma perché non è interamente presa nella logica del possesso. La donna non è tutta nel circuito fallico, non è tutta nel regime del valore. Il suo godimento non è completamente traducibile in termini di scambio, di funzione, di utilità simbolica. Dove l’uomo è incastrato nel “si è quello che si ha”, la donna può essere “quello che non si ha” senza ridursi a oggetto. Hommelle è il nome di questo scarto. Non una terza identità, non una soluzione queer ante litteram, ma il punto in cui la sessualità smette di essere una questione di ruoli e diventa una questione di struttura. Non c’è un maschile autentico da salvare, né un femminile da decifrare. C’è solo una finzione che regge finché non la si prende troppo sul serio. La vera provocazione di Lacan non è dire che l’uomo è fragile o che la donna è enigmatica. È dire che l’identità sessuale è sempre un effetto di montaggio, una costruzione narcisistica che tenta di suturare una mancanza che non si lascia suturare. L’amore, allora, non è l’incontro di due essenze, ma il tentativo — sempre fallito — di far coincidere ciò che non coincide: il godimento con il senso, il corpo con il linguaggio, il desiderio con l’identità. Hommelle è il nome di questo fallimento strutturale. Non un difetto da correggere, ma il punto esatto in cui il soggetto può smettere di recitare la propria maschera. Non diventare “se stesso”, ma accorgersi che quel sé non è mai stato una sostanza: solo una finzione ben organizzata. Ed è forse qui che Lacan è più attuale che mai: in un’epoca ossessionata dall’identità, dall’autenticità, dall’autoaffermazione, hommelle ricorda che il soggetto nasce proprio dove l’identità si rompe. Non dove si possiede qualcosa, ma dove si scopre di non coincidere con ciò che si crede di essere.
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Fonti:
J. Lacan – Seminario XIV.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

Una risposta su “Hommelle”
Comincio a pensare che anche Lacan, come, prima di lui Freud, avesse trombato di più ne parlava di meno sul sesso.