Se pensate che la verità funzioni come una formula matematica, Lacan vi toglie subito l’illusione: nel campo dell’analisi non si maneggia la verità come fanno i logici, perché la verità qui non dipende dalla coerenza di un sistema ma dal desiderio. E il desiderio non è un enunciato che si verifica, è una mancanza che insiste. Non c’è oggetto che possa soddisfarlo, benché esistano oggetti che lo causano. Questa distinzione è tutto. Noi vediamo ogni giorno la cosiddetta “ora della verità”: ho desiderato qualcosa per anni, finalmente posso averla, e accade l’incidente, il sabotaggio, il sintomo. La morale dirà che il desiderio è follia e proporrà diete, moderazioni, educazioni al controllo; la clinica invece mostra che il desiderio non è un eccesso da contenere ma una struttura da comprendere. L’errore più grossolano – e più diffuso persino tra analisti – è credere che il desiderio sia una funzione biologica disturbata dall’inconscio. Lacan è brutale: l’erezione non è il desiderio, è un fenomeno di godimento. Il desiderio può operare perfettamente senza alcun segno fisiologico, e il godimento può esplodere senza che il desiderio dell’Altro sia in gioco. Se non distinguiamo desiderio e godimento non capiremo nulla né del desiderio maschile né di quello femminile. Il desiderio nasce dalla domanda, ed è qui che la faccenda diventa scomoda: ogni domanda è articolata nel linguaggio, e anche quando soddisfa il bisogno che l’ha generata lascia una faglia. In quella faglia si insedia il desiderio. Si può soddisfare la domanda, mai il desiderio. Per questo Lacan può affermare che il desiderio è il desiderio dell’Altro: è nel luogo dell’Altro, nel luogo del linguaggio, che si produce quella verità che non trova rifugio altrove. Non è una verità di corrispondenza ma di struttura. Lo si vede bene nell’apologo del venditore: far desiderare un oggetto che non serve, insinuare che un altro lo avrà prima di te, che definisce il tuo valore, che ti salva dalla tua insignificanza. Ogni oggetto è presentato attraverso il desiderio dell’Altro. Il soggetto nevrotico non è ingenuo, sa benissimo che c’è di mezzo la sua “viltà”, la sua cattura nel desiderio altrui. Ma dove sta davvero la viltà? Nel cedere al desiderio dell’Altro o nel fare il suo gioco fino in fondo? È qui che entra il fantasma. Non un sogno a occhi aperti, non un’immagine bizzarra, ma un arrangiamento significante che funziona come un assioma: un oggetto, un soggetto barrato, una frase che regge l’intera economia del sintomo. “Un bambino viene picchiato” non è una fantasia qualsiasi, è la struttura che sostiene una certa verità del soggetto. Il fantasma, nella nevrosi, non è la verità del sintomo ma il suo marchio di verità, la V maiuscola che in un sistema logico contrassegna l’assioma da cui tutto si deduce. E come ogni assioma, non si discute: opera. Opera soprattutto là dove il desiderio è carente all’inizio dell’atto sessuale, dove serve una stampella, una scenografia presa in prestito dal campo del godimento perverso per mettere in moto qualcosa che altrimenti resterebbe sospeso. Ecco perché la verità analitica non può essere ridotta al principio di non contraddizione o alla bivalenza vero/falso: non è questione di coerenza ma di posizione del soggetto rispetto al desiderio dell’Altro. Il logico cerca un sistema senza falle; l’analisi lavora nella faglia. Il logico vuole eliminare l’ambiguità; l’analisi sa che la significazione non è mai univoca. Se la verità è legata al desiderio, allora non sarà mai completamente formalizzabile, e ogni tentativo di ridurla a spiegazione oggettiva è già una difesa. La posta in gioco non è scoprire “cosa è vero” come si dimostra un teorema, ma assumere la propria posizione nel punto in cui il desiderio inciampa e si rivela come mancanza strutturale. È una verità che non consola, non completa, non chiude. Ed è proprio per questo che ci riguarda.
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Fonti:
J. Lacan- Il Seminario, Libro XIV;
S. Freud- Un bambino viene picchiato;
Aristotele- De Interpretatione;
B. Russel- Misticismo e logica.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
