Molte volte, facendo riferimento alla psicoanalisi, la leggo definita come la talking cure, ossia la cura della parola. Verbosi psicoanalisti, e non solo, che entrano all’interno di questa stanza come sopra a un palco, pronti a riempire di verbosità le preoccupazioni del soggetto d’analisi. E se tutto questo non fosse perché la stanza d’analisi è come uno specchio?
Mi spiego. Girovagando tra le file di tutti gli psicoterapeuti, ciò di cui sento più il bisogno da parte di questi professionisti è quello non solo di avere concretezze sulle quali lavorare (sic!), ma anche quello di parlare sempre di più, riempiendo appunto la stanza di analisi/terapia come quasi uno sprone per sentirsi dei bravi lavoratori, nell’ottica sempre della performatività. E quello che noto è che mi pare che vi sia un grande escluso dalla stanza, il cosiddetto elefante: la mancanza. È giusto che lo psicoanalista porti all’interno della stanza la propria mancanza, ma deve essere al “servizio” della mancanza del soggetto.
Allora ciò che accade con questo fiume di parole incessante è il tentativo narcisistico da parte del professionista di riempire la propria mancanza, impossibile da riempire! Lo spazio d’analisi non deve essere oggetto di guarigione, perché, si sa, la guarigione è un concetto molto astratto: per alcuni può essere l’assenza del sintomo, per altri smettere di fare cose che considerano dannose ecc. Ma la stanza d’analisi non deve essere lo spazio del come guarire, al pari di uno stanzino medico dove il Korper è scienza. In questa stanza vi deve essere il Leib, il corpo vissuto.
E come si fa a dare voce a questo corpo vissuto se noi psicoanalisti in primo luogo non riusciamo ad ascoltare il nostro silenzio, a convivere con ciò che ci manca? Molte volte il discorso del soggetto rimanda, non vuol dire quello che sta dicendo. Invece di interpretare selvaggiamente servirebbe offrire lo spazio dell’ascolto, quasi come fossimo noi lo specchio con il quale il soggetto si confronta.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese

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