Il 24 febbraio non è una data qualunque. Alle 11:30 del mattino l’agente speciale Dale Cooper entra a Twin Peaks e la televisione non sarà più la stessa. In quel momento nasce un varco: non solo un’indagine sull’omicidio di Laura Palmer, ma una discesa metodica nei territori dell’inconscio. Twin Peaks non è una serie cult: è un dispositivo psichico. Lynch non racconta una storia, costruisce un’esperienza perturbante. E la psicoanalisi non serve a “spiegarla”: serve a non difendersi da ciò che mostra. Quando Dale Cooper detta nel registratore “Diane, il caffè è nero”, sta già parlando dell’inconscio: denso, bruciante, insondabile. Freud lo chiamava Unheimlich, il perturbante: ciò che è familiare e insieme straniero, ciò che dovrebbe restare nascosto e invece affiora. La casa dei Palmer, il ventilatore che gira, il rumore dei pini: niente mostri, solo il quotidiano quando smette di proteggerti. Il perturbante non arriva da fuori, emerge da dentro. E in questo senso Twin Peaks è freudiana fino al midollo: l’Io non è padrone in casa propria. Ma è con Lacan che il viaggio si fa radicale. Le Logge non sono luoghi esoterici: sono topografie dell’apparato psichico. La Loggia Bianca come ideale dell’Io, promessa di armonia; la Loggia Nera come irruzione del Reale, ciò che non può essere simbolizzato e che ritorna sotto forma di trauma, di godimento opaco, di linguaggio che si spezza e si rovescia. Nella Stanza Rossa il tempo si disarticola, le frasi si dicono al contrario, il senso vacilla: è l’esperienza di un soggetto che scivola sotto la soglia del simbolico. Il pavimento a zig-zag non è un vezzo estetico, è il tracciato instabile del desiderio. E poi il doppio. Il momento in cui Cooper incontra il suo Doppelgänger è il punto di verità: lo specchio non restituisce un’immagine idealizzata ma un resto inquietante, un godimento che non si lascia integrare. Lacan lo aveva formalizzato nello stadio dello specchio: l’identità nasce da un’immagine, ma quell’immagine è sempre anche alienazione. BOB non è un demone mitologico: è la figura del godimento che eccede la legge, la pulsione che non si lascia pacificare. Il fallimento di Cooper nella Loggia Nera non è morale, è strutturale: tenta di affrontare il Reale con gli strumenti dell’ordine simbolico. Ma il Reale non si persuade, si attraversa. E Laura Palmer? Non è solo una vittima: è il sintomo della comunità, il punto in cui il godimento rimosso ritorna e svela l’ipocrisia del legame sociale. Twin Peaks ci costringe a riconoscere che il male non è altrove, non è nel bosco, non è nello straniero: è inscritto nella trama del desiderio stesso. È per questo che la serie non invecchia. Perché non parla di chi ha ucciso Laura Palmer, ma di cosa uccide il soggetto quando rimuove troppo a lungo il proprio fantasma. Il 24 febbraio celebriamo dunque non solo l’ingresso di Cooper in una cittadina immaginaria, ma l’irruzione dell’inconscio nel mainstream. Twin Peaks resta un monito: se non attraversi le tende rosse, saranno loro ad attraversare te. E il caffè, sì, continuerà a essere nero. Come ciò che abita sotto il linguaggio.

—-

Fonti

S. Freud-Il perturbante (1919);

J. Lacan-Scritti;

C. G. Jung – Aion;

TWIN PEAKS, creata da David Lynch e Mark Frost.

—-

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

Rispondi

In voga

Scopri di più da SUB ROSA

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere