«Adesso sono importante, sono qualcuno.»

Non è vanità. Non è ambizione. È sopravvivenza simbolica. Sara non desidera la televisione. Non desidera il vestito rosso. Non desidera la fama.

Desidera un posto nello sguardo dell’Altro.

Quando dice: “Milioni di persone mi vedranno, e tutti mi vorranno bene”, non sta parlando di celebrità. Sta parlando di consistenza ontologica. Esistere perché si è visti. Essere amati perché si appare. Il punto non è la TV. Il punto è: senza quello sguardo, lei cade nel nulla.

Il desiderio come toppa sul buco

Lacan lo dice senza romanticismi: il desiderio nasce dalla mancanza. Ma qui la mancanza non è erotica. È identitaria.

Il marito è morto.

Il figlio è lontano.

La casa è silenziosa.

La vita quotidiana — lavare i piatti, rifare il letto — perde senso quando non c’è nessuno per cui farlo. Non c’è circuito simbolico. Non c’è domanda che ritorni. Allora compare il vestito rosso. Non come oggetto estetico, ma come oggetto-causa. Un piccolo feticcio che tiene insieme il mondo. Dimagrire non è un fatto corporeo. È un modo per sentirsi ancora desiderabile. Per sottrarsi alla condanna di essere “vecchia”.

Per negare l’espulsione dal mercato dello sguardo. La solitudine come reale

«Sono sola. Sono vecchia.»

Questa è la frase che non si può anestetizzare. La televisione arriva come sedativo simbolico. La modernità ha sostituito il legame con l’esposizione. Non importa chi mi ama davvero. Importa che qualcuno mi guardi.Sara incarna una verità scomoda:

senza uno sguardo che ci riconosca, il soggetto vacilla.

E allora il desiderio si sposta. Si appoggia a oggetti di consumo. Si attacca a promesse mediatiche. Si trasforma in dipendenza. Non è la droga il cuore tragico del film. È l’illusione che l’Altro possa colmare il vuoto. Il vestito rosso come fantasma Quel vestito è un fantasma. Non nel senso immaginario, ma strutturale.Tiene insieme il soggetto quando tutto si sfalda. Le permette di alzarsi al mattino.

Di sorridere al sole.

È un piccolo delirio necessario.

La tragedia non è che Sara sogni.

La tragedia è che non abbia altro dispositivo simbolico per reggersi. Quando l’unico motivo per alzarsi è essere visti, il corpo diventa campo di battaglia. E il desiderio, invece di aprire alla vita, si chiude in circuito mortifero. La domanda che resta

Che cos’altro ho?

È la domanda più onesta del monologo.

Non è isterica.

Non è melodrammatica.

È clinica.

Che cosa resta quando il desiderio non trova più un Altro incarnato, ma solo uno schermo? Forse la vera dipendenza contemporanea non è chimica. È ottica. Vogliamo essere guardati per non scomparire. E se nessuno guarda, inventiamo un pubblico.

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Fonti:

Requiem for a dream, regia di Darren Aronofsky;

Hubert Selby Jr., Requiem for a Dream.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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