Esiste un paradosso profondo che attraversa ogni donna e che oggi, tra mimose e auguri di rito, rischia di restare sepolto sotto una montagna di retorica: l’idea che per essere “veramente” donna si debba interpretare un ruolo impeccabile, una performance senza sbavature. Già nel 1929, una psicoanalista geniale e controcorrente come Joan Riviere, nel suo saggio fondamentale La femminilità come mascherata, aveva intuito con una lucidità quasi brutale che la femminilità non è affatto un’essenza biologica o un destino naturale, ma una vera e propria maschera indossata con maestria per difendersi e per negoziare il proprio posto nel mondo. Riviere osservava le donne di successo del suo tempo, professioniste colte e potenti, e notava come, dopo aver dimostrato un’intelligenza e una determinazione che il patriarcato considerava “maschili”, esse sentissero l’urgenza inconscia di esibire una “femminilità” quasi caricaturale, fatta di civetteria e sottomissione, proprio per farsi perdonare la propria forza dall’Altro sociale. È una danza sottile che vediamo ancora oggi moltiplicata dagli schermi: quella pressione invisibile a dover apparire rassicuranti, dolci o “multitasking” per non spaventare nessuno con la propria reale soggettività. Ma è qui che interviene il tocco fulminante di Jacques Lacan, che riprendendo queste intuizioni nei suoi Scritti e nel Seminario IV, ci spiega che questa “mascherata” non è una semplice finzione che nasconde una verità solida dietro le quinte, ma è la struttura stessa attraverso cui il desiderio umano si mette in scena. Lacan ci sfida a guardare oltre l’apparenza: se l’uomo spesso si perde nel gioco ossessivo di “avere” il potere, la donna gioca la sua partita più alta sull’”essere” ciò che manca all’altro, diventando essa stessa l’enigma che tiene vivo il desiderio. Celebrare l’8 marzo attraverso questa lente significa smettere di festeggiare una “categoria” protetta o una quota rosa e iniziare a onorare la radicale libertà di chi non si lascia mai catturare del tutto da una definizione sociologica. Come Lacan teorizza magistralmente nel Seminario XX (Ancora), la donna è “non-tutta” sottomessa alla logica del limite, della misura e della prestazione fallica; c’è in lei un punto di fuga, un silenzio attivo, un godimento che non risponde a nessuna regola o manuale d’istruzioni. Essere donna oggi significa dunque abitare con consapevolezza questa fessura tra la maschera che la società ti impone — quella della madre perfetta, dell’amante ideale o della leader d’acciaio — e quell’eccedenza interna che ti rende imprevedibile, ingovernabile e finalmente libera. La vera celebrazione non consiste nel confermare lo stereotipo della “donna forte” che sopporta tutto, ma nel riconoscere che dietro il trucco e la parata esiste un desiderio che non accetta padroni e che non può essere ridotto a un post su Instagram. In questa giornata, l’invito è quello di non aver paura della propria maschera, ma di ricordare che la vostra verità più profonda è proprio ciò che sfugge a ogni tentativo di essere spiegato, incasellato o “curato”. Siete il segreto che il mondo cerca disperatamente di svelare senza mai riuscirci del tutto, perché l’unica vera festa della donna è quella che riconosce l’irriducibilità della sua singolarità, quella scintilla che brilla proprio quando la recita si interrompe e il sipario cade.
Fonti;
J. Riviere-Womanliness as a Masquerade (1929), in The International Journal of Psychoanalysis;
J. Lacan- Scritti;
J.Lacan, Il Seminari XX.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese

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