Smettiamola di chiamare “amore” quella squallida operazione di marketing che è la ricerca del partner ideale. Siamo immersi in una cultura che ha trasformato l’Altro in un catalogo di prestazioni: cerchiamo la compatibilità, l’incastro perfetto, l’assenza di attrito. Ma questa non è psicoanalisi, è logistica. È il tentativo disperato di saturare il buco del desiderio con un oggetto di consumo. Se cerchi qualcuno che “ti completi”, non stai cercando amore; stai cercando una protesi per il tuo narcisismo. L’amore, quello vero, è un incidente di percorso. Nasce da una domanda che è costitutivamente scandalosa. Perché nell’amore non chiediamo “qualcosa”. Chi chiede un corpo, un tempo o un regalo, si muove ancora nel recinto del bisogno. La domanda d’amore, quella che fa tremare le gambe, è una domanda di niente. È chiedere all’Altro di restare lì, nudo quanto noi, a testimoniare che nessuno dei due ha la soluzione all’enigma della vita. Amare è dare quello che non si ha — la propria mancanza, la propria fragilità — a qualcuno che non lo vuole, perché anche l’Altro è troppo occupato a nascondere il proprio vuoto. E qui accade il miracolo della contingenza. In un mondo dove tutto deve essere “necessario”, programmato e calcolato, l’incontro d’amore è la rottura della diga. È la Tyche, l’urto imprevisto. È quel dettaglio assurdo — un modo di inciampare sulle parole, un tic, un lampo nello sguardo — che non era nel contratto, non era nel profilo Tinder, eppure ci cattura. In quel momento, l’impossibilità del rapporto sessuale (quel muro insormontabile che ci condanna alla solitudine del nostro godimento autistico) subisce una tregua. L’incontro è l’evento che “cessa di non scriversi”. È il caso che improvvisamente si eleva alla dignità del destino. Non è che “doveva andare così”, è che da quell’istante in poi non possiamo più fare finta che l’Altro non esista. L’amore è l’atto politico di scegliere il disordine di un incontro contingente rispetto all’ordine sterile delle nostre sicurezze. Esiste l’amore? No, se lo cerchi come una garanzia. Sì, se sei disposto a farti travolgere da un evento che non puoi controllare. L’amore è l’unica cosa che ci permette di abitare il malinteso della vita senza uscirne pazzi. È il fallimento più glorioso del nostro Io. Se l’amore è l’evento che buca il nostro isolamento, perché oggi ne abbiamo così terrore? Forse perché preferiamo la sicurezza di un algoritmo alla vertigine di un volto che non avevamo previsto. La domanda resta: sei pronto a perdere il controllo o preferisci continuare a consumare simulacri?
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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