La frase che spesso leggiamo scorrere sulle bacheche digitali — “Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre”

viene solitamente accolta come un garbato invito all’empatia o una regola di buona convivenza civile. Tuttavia, se proviamo a spogliarla della sua veste sentimentale per interrogarla con il rigore della clinica psicoanalitica, essa rivela un’antropologia del soggetto molto più profonda e, per certi versi, tragica. Quella “battaglia” di cui parla la saggezza popolare non è infatti un semplice elenco di sfortune biografiche, di lutti o di precarietà quotidiane che il soggetto tiene nascoste per pudore. Per la psicoanalisi, la battaglia è la condizione stessa dell’essere parlassere: è il corpo a corpo incessante con il Reale, con quel nucleo di godimento pulsionale che non si lascia addomesticare dalla parola e che preme dall’interno come un ospite inquietante. Ciò di cui “non sappiamo nulla” nell’altro non è dunque un segreto informativo che una confessione potrebbe svelare, ma è l’abisso della sua divisione soggettiva, quel punto di faglia dove il desiderio inciampa e il sintomo prende il comando. Incontrare l’altro significa dunque urtare, inevitabilmente, contro il muro della sua castrazione e contro la sua modalità singolare di soffrire; significa scontrarsi con un “reale” che non smette di non scriversi e che rende ogni individuo un esiliato nel proprio linguaggio. In questo orizzonte, la “gentilezza” smette di essere una virtù morale o una forma di cortesia dell’Io — che Lacan guardava con sospetto in quanto maschera dell’aggressività immaginaria — per farsi autentico atto etico. Essere gentili, in senso analitico, non significa “capire” l’altro (un’illusione speculare che riduce l’altro a un riflesso di se stessi), ma significa fare spazio al suo vuoto, rispettare l’opacità del suo nucleo sintomatico senza pretendere di illuminarlo con la torcia del nostro senso o, peggio, con la violenza dei nostri consigli. È un esercizio di ascesi del Grande Altro: rinunciare alla posizione di chi sa cosa sia il bene per l’altro, per disporsi invece come custodi del suo segreto irriducibile. Questa gentilezza è l’espressione più alta del “dono di ciò che non si ha”, poiché non offre soluzioni, oggetti o consolazioni, ma offre la propria mancanza come luogo d’accoglienza per la mancanza dell’altro. In un’epoca che spinge verso la trasparenza assoluta e la guarigione standardizzata, rivendicare il diritto alla battaglia invisibile significa restituire al soggetto la sua dignità di “singolarità qualunque”, permettendogli di abitare il proprio disagio senza il peso di doverlo giustificare allo sguardo giudicante del mondo. La gentilezza diventa allora l’unica forma possibile di legame sociale che non schiaccia il soggetto, ma ne preserva la distanza necessaria affinché il suo desiderio possa, ancora una volta, tornare a respirare.

Fonti:

J. Lacan- Il Seminario, Libro VII;

J. Lacan- Il Seminario, Libro XI;

M. Recalcati, L’elogio dell’inconscio, Castelvecchi.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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