Esiste un freddo che non ha a che fare con il calo delle temperature, ma con l’eclissi del senso. È il freddo del Reale quando irrompe senza lo schermo protettivo della parola; è il gelo di una civiltà che, nel culto dell’oggetto e della performance, finisce per congelare la singolarità del desiderio. I versi di Francesco Scarabicchi ci offrono un’immagine che è, al tempo stesso, una prassi clinica e un’etica della resistenza: 

«Porto in salvo dal freddo le parole, curo l’ombra dell’erba, la coltivo alla luce notturna delle aiuole, custodisco la casa dove vivo, dico piano il tuo nome, lo conservo per l’inverno che viene, come un lume»

Scarabicchi non promette di abolire l’inverno, ma sceglie di “portare in salvo” le parole. Per uno psicoanalista, questo è il primo atto della cura: sottrarre il linguaggio al rumore del mondo per restituirgli la sua vibrazione vitale. In un’epoca in cui la parola è ridotta a informazione o slogan, la clinica lavora affinché il soggetto possa abitarla di nuovo, trasformandola da “lingua morta” dell’Altro in una lingua viva capace di nominare il proprio trauma e la propria gioia.Questa operazione di salvataggio passa necessariamente attraverso la cura dell’”ombra dell’erba”. È un’immagine straordinaria che definisce la posizione dell’analista: non siamo qui per portare la luce accecante del successo o della guarigione intesa come conformismo, ma per occuparci di ciò che è fragile, scartato, quasi invisibile. Curare l’ombra dell’erba significa dare dignità al “resto”, a quel dettaglio staccato che non si adegua mai del tutto alle richieste della società ipermoderna. È proprio in quel punto di opacità, in quella piccola fessura che sfugge allo sguardo universale, che risiede la verità del desiderio inconscio.L’atto finale di questa custodia è la nominazione. «Dico piano il tuo nome» scrive il poeta. In un tempo segnato dall’evaporazione del Padre e dalla perdita dei riferimenti simbolici, il Nome Proprio diventa l’ultima trincea contro l’anonimato del godimento. Dire il nome dell’altro, o permettere al soggetto di ritrovare il proprio, è ciò che trasforma il mondo da un’estensione desertica in una “casa” abitabile. L’analisi estrae un nome dal buio; non un nome generico, ma quella sigla singolare che orienta il cammino. Questo nome non serve per l’estate dell’entusiasmo facile, ma per l’inverno che viene, per quando la vita si fa dura e il lutto bussa alla porta.In fondo, essere analisti oggi significa essere custodi di questo lume. Il nostro compito non è illuminare a giorno l’esistenza dell’analizzante, ma aiutarlo a proteggere quella piccola fiamma affinché non si spenga sotto le raffiche di una malinconia senza fine. Custodire l’ombra, salvare la parola, pronunciare il nome: sono gesti minimi e quasi silenziosi, ma è attraverso questa manutenzione della luce che la vita torna a splendere, anche nel cuore del freddo più profondo.

Fonti:

Scarabicchi F. – il prato bianco;

Lacan, J. – Il Seminario;

 Recalcati, M. -Le mani della madre. Desiderio, fantasmi ed eredità del materno.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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