C’è un’angoscia sottile che attraversa le stanze della nostra clinica contemporanea: è il sentimento di essere in ritardo. Non il ritardo ad un appuntamento di lavoro o a una cena sociale, ma un ritardo ontologico. È la sensazione che la “vera” vita stia accadendo altrove, mentre noi siamo rimasti fermi in una stazione secondaria, a guardare i treni degli altri sfrecciare verso traguardi che sentiamo di aver mancato. In un’epoca dominata dal discorso del Capitalista, il tempo è diventato una merce misurabile attraverso la performance. Se a trent’anni non hai una carriera avviata, se a quaranta non hai una famiglia “da copertina”, se a cinquanta non sei “risolto”, l’Altro sociale ti dichiara fuori tempo massimo. Ma la psicoanalisi ci insegna che il tempo del soggetto non è il tempo dell’orologio (Cronos). Esiste un tempo logico che non segue la linea retta della cronologia. Ci sono vite che fioriscono tardi, atti che richiedono anni di silenzio prima di esplodere in una scelta radicale. Il “ritardo” è spesso l’ombra che proietta il confronto narcisistico: ci sentiamo indietro perché guardiamo l’immagine riflessa nello specchio dell’Altro, perdendo di vista la nostra singolarità. Sentirsi in ritardo nel costruire la propria vita può diventare un comodo rifugio per l’io. Se mi dichiaro “fuori tempo”, se mi convinco che “ormai è troppo tardi”, mi esonero dal rischio del Desiderio. È quella che potremmo definire una passione malinconica: preferisco lamentare il tempo perduto piuttosto che assumermi la responsabilità di abitare il tempo presente. Come ci ricorda Massimo Recalcati, il desiderio non è mai un calcolo di convenienza temporale. Il desiderio è un urto, è ciò che rompe la linearità del tempo per imporre una nuova direzione. Chi vive nell’insoddisfazione del “non sono ancora dove dovrei essere”, sta in realtà rifiutando di nascere. Resta in una perenne preparazione alla vita, senza mai tuffarsi nel mare dell’Esistenza. Costruire la propria vita non significa accumulare trofei sociali, ma testimoniare la propria fedeltà a ciò che ci fa vibrare. Non si è mai in ritardo per l’incontro con la propria verità. Il vero fallimento non è arrivare dopo gli altri, ma arrivare all’appuntamento con la propria vita senza aver mai desiderato nulla. La vita non è una corsa podistica dove si vince se si taglia il traguardo per primi. La vita è la capacità di trasformare il “tempo che passa” in “tempo che pulsa”. Non serve correre per recuperare il terreno perduto; serve fermarsi, respirare il vuoto dell’insoddisfazione e chiedersi: «Qual è la parola che non ho ancora detto? Qual è l’atto che sto rimandando per paura di scoprire chi sono davvero?»
Non sei in ritardo. Sei semplicemente nel tempo della tua attesa, che aspetta di essere trasformato in tempo del tuo atto. La porta del desiderio è sempre aperta, anche quando l’orologio sembra girare a vuoto. Perché, in analisi, l’unica vera puntualità richiesta è quella verso la propria anima.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
SubRosa

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