Mentre il Sole scivola nel segno del Toro, non assistiamo solo a un cambio di stagione astrale, ma entriamo in una dimensione psichica dove la terra si fa corpo e il corpo si fa memoria. Per noi che abitiamo la frontiera tra la parola e l’inconscio, questo transito ci interroga su quella “stabilità” che l’astrologia attribuisce al segno, ma che la psicoanalisi rivela come una complessa difesa contro l’anarchia del desiderio. Qui, la Venere del Toro non è solo bellezza, è la “Grande Madre” junghiana, l’archetipo della “Genitrix” che nutre, accoglie e, talvolta, imprigiona nel suo abbraccio tellurico. È una Venere che cerca l’appagamento nei beni materiali non per semplice avidità, ma per costruire un recinto sacro, una “Seconda Casa” che protegga il soggetto dall’incontro traumatico con il vuoto. Eppure, in questa ricerca di sicurezza, emerge l’ombra del Toro: quella “ruminazione psichica” che Jung descriverebbe come il movimento circolare della libido che ristagna, un ritorno ossessivo alle origini che rischia di diventare inerzia. Lacan ci direbbe che questa è la danza della pulsione che gira intorno all’oggetto senza mai poterlo azzannare del tutto, un godimento della ripetizione dove Marte e Plutone – i pianeti dello strappo e della trasformazione radicale – restano in esilio, incapaci di scalfire la resistenza della terra. Il Toro abita così la tensione tra il bisogno di possesso e la chiamata del desiderio; è il “ruminante” che deve trasformare la materia grezza dell’esperienza in qualcosa di commestibile per l’anima, un processo di metabolizzazione che richiede tempo, silenzio e una solitudine feconda. Ma è proprio nel punto più denso della materia, nella gola, che avviene il miracolo della sublimazione. Se il Toro è il segno che regge il collo, la bocca che mangia deve farsi bocca che canta. Come ci insegna Recalcati, l’eredità non è mai una conservazione passiva, un accumulo di beni da difendere con i denti, ma una riconquista: il Toro deve imparare a perdere l’oggetto feticcio per ritrovarlo sotto forma di voce, di soffio, di dono. In questa prospettiva, la “fredda” dominante di Saturno non è più solo distacco, ma la Legge che permette al desiderio di non farsi divorare dall’angoscia della perdita. Solo allora la stabilità non è più una prigione conservatrice, ma diventa la “base sicura” da cui il desiderio può finalmente prendere il volo, accettando il limite della polvere per farne il suolo di una nuova creazione. In questo modo, l’astrologia smette di essere un destino scritto nelle stelle e diventa una poetica del corpo che, pur affondando le radici nel fango della pulsione, non smette di invocare il cielo attraverso il dono del proprio canto, trasformando il “mio” del possesso nel “noi” della condivisione simbolica.
Fonti:
C.G. Jung-Simboli della trasformazione;
J. Lacan- Il Seminario.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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