Jacques Derrida, nel pieno della sua attività filosofica, in una Francia in fermento post ‘68, dove il soggetto era convinto di poter uccidere una certa visione di padre derivante da un’interpretazione sbagliata del passato, fa un’affermazione sconvolgente: tutte le opposizioni non si risolveranno mai. Ed è sconvolgente non solo perché ci si trovava nel periodo della cosiddetta Renaissance Hegelienne, ossia della ripresa di Hegel e del suo pensiero in terra francese (il filosofo della tesi-antitesi-sintesi), ma anche perché dire di fronte a una persona che i suoi conflitti non avranno risoluzioni, porta sicuramente a un momento di destabilizzazione.

Ma perché Derrida affermava ciò? Secondo il filosofo francese c’è sempre uno scarto tra uno scontro e la sua effettiva risoluzione, e questo spazio di possibilità, che Derrida chiama differenza (la famosa differance), rende il confronto/conflitto rimandato costantemente. E se da un lato pare trovarsi di fronte all’impossibilità di risolvere questa situazione (siamo forse votati a confrontarci costantemente con i conflitti senza mai risolverli?), dall’altro ci apre costantemente a una nuova zona di possibilità. Una zona che fa paura, costantemente, perché, come sappiamo, la possibilità per l’essere umano spesso significa sporgersi sul precipizio.

E allora non arriva mai il momento del superamento? Del cosiddetto Aufhebung Hegeliano? Le differenze così verrebbero integrate all’interno di un sistema. Ma in questa risoluzione non lascia qualcosa al di fuori? Cioè, questa dissoluzione dei conflitti, non lascia sempre qualcosa a margine? Derrida infatti insiste su questo punto, e anche Lacan stesso. Va bene, siamo inseriti in un linguaggio, che ci dà dei confini. Ma questi confini, per quanto fondamentali, non lasciano sempre spazio a un qualcosa che non è colto totalmente? Il soggetto è veramente risolvibile in una sintesi finale in cui le contraddizioni trovano un loro senso? E allora perché continuiamo a desiderare costantemente? Perché siamo esseri costantemente differiti, siamo da un’altra parte. E allora, continuiamo a cercare. Questo ci porterà l’infelicità?

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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