L’elogio del rossore non è la celebrazione di una fragilità paralizzante, ma il riconoscimento di una resistenza etica necessaria in un’epoca che ci vorrebbe tutti oscenamente esposti, senza resto e senza ombre, pronti a tradurre ogni brandello di intimità in una performance visibile. Nella civiltà dell’iper-esibizione, dove l’imperativo del godimento ci spinge a farci immagine, merce, evidenza assoluta, il timido è colui che inciampa, che balbetta, che arrossisce, manifestando così la verità del soggetto proprio nel momento in cui la maschera sociale vacilla sotto il peso dell’inadeguatezza. Se per Lacan l’angoscia è il segnale della presenza troppo prossima dell’Altro, nella timidezza lo sguardo dell’Altro non è un punto d’appoggio simbolico, ma un raggio laser che minaccia di trafiggere la carne dell’intimità, un occhio assoluto che sembra esigere una perfezione che il soggetto sente di non possedere. Il timido avverte, con una sensibilità quasi dolorosa, che il proprio essere non coincide mai con l’immagine che proietta: egli abita la faglia, il vuoto incolmabile tra l’Io e il proprio desiderio, tra il corpo che si vorrebbe governare e il corpo che invece, attraverso il rossore, prende la parola autonomamente e dichiara un’emozione incontrollabile. Ma è proprio in questo scarto, in questo sottrarsi all’evidenza del riflettore, che risiede una bellezza profonda e sovversiva. Seguendo la lezione di Recalcati, potremmo dire che la timidezza custodisce il segreto della singolarità contro l’omologazione del gregge: mentre il narcisista cerca disperatamente il rispecchiamento totale per confermare un’identità di carta, il timido preserva un’inaccessibilità preziosa che è la condizione stessa affinché il desiderio possa sussistere. Arrossire significa allora dire “no” alla trasparenza totalitaria del mercato delle immagini; significa testimoniare che esiste ancora un resto, un punto di pudore irriducibile che non può e non deve essere messo a nudo. Questa postura non è un difetto della volontà, ma una difesa della vita che non accetta di farsi specchio: il timido ci ricorda che l’incontro con l’Altro non può essere un urto frontale di ego, ma deve passare per il rispetto del segreto altrui. La sfida clinica non è dunque “curare” la timidezza per trasformare il soggetto in un performer vincente o in un comunicatore senza macchia, ma permettergli di abitare il proprio rossore non più come una colpa o un sintomo di cui vergognarsi, ma come il segno distintivo di un’interiorità che non accetta di farsi oggetto consumabile. In un mondo che urla per farsi notare, il silenzio del timido e il suo ritrarsi sono gesti di una nobiltà arcaica, ricordandoci che il desiderio ha sempre bisogno di un velo, di un’ombra e di un po’ di mistero per poter continuare a respirare e per non restare folgorato dalla luce cruda della realtà.
—
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

Rispondi