Esiste una forma di povertà che non si misura con l’estratto conto, ma con l’estinzione dello sguardo. È una patologia silenziosa che attraversa i nostri uffici, le nostre scuole, le nostre fabbriche: La disoccupazione dell’anima.
Oggi, 1° Maggio, non possiamo limitarci a contare chi ha un contratto e chi no. Come psicoanalisti, siamo chiamati a guardare ciò che resta del soggetto dentro quel contratto. Perché la verità clinica del nostro tempo ci mette di fronte a un paradosso tragico: possiamo avere un impiego stabile, una posizione riconosciuta, eppure sentirci profondamente “fuori posto”, alienati, spenti. È il dramma del soggetto ridotto a pura funzione, a prestazione senza desiderio. Nel discorso sociale dominante, il lavoro è stato spesso associato alla nobiltà del sacrificio. Ma la psicoanalisi lacaniana ci insegna che il sacrificio è, strutturalmente, un’offerta fatta a un Dio oscuro e persecutorio. Quando lavoriamo solo per “dovere”, per “senso di colpa” o per rispondere alle aspettative feroci di un mercato che ci vuole performanti a ogni costo, noi stiamo nutrendo la pulsione di morte. Il risultato è il burnout: non un semplice eccesso di stanchezza, ma l’esaurimento della libido. È il corpo che sciopera perché l’anima è rimasta disoccupata troppo a lungo. Se il legame con il proprio desiderio si spezza, il lavoro smette di essere un modo per stare al mondo e diventa una prigione di vetro.Lacan diceva che l’unica colpa del soggetto è quella di “aver ceduto sul proprio desiderio”. Rivendicare oggi il diritto al lavoro non significa solo chiedere un reddito, ma rivendicare il **diritto di non essere scarti**. Nel Discorso del Capitalista, l’individuo è un pezzo intercambiabile: se non produce, è fuori. Se non consuma, non esiste. La sfida della psicoanalisi è invece restituire centralità alla **singolarità**. Il lavoro diventa “dignitoso” solo quando permette a quella nota unica che ognuno di noi è di risuonare nell’opera che compie. Che sia il gesto di un artigiano, il pensiero di un intellettuale o la cura di un genitore, il lavoro è autentico solo se è una forma di testimonianza: *”Ecco, in questo pezzo di mondo c’è la traccia del mio desiderio”*. Il lavoro non dovrebbe consumare la vita, ma “metterla al mondo”. Lavorare, in senso analitico, significa trasformare il vuoto che ci abita in un progetto, il fango dell’inconscio nell’oro dell’opera. È l’atto con cui strappiamo la vita al destino biologico per consegnarla alla storia, alla cultura, all’Altro. In questo 1° Maggio 2026, la nostra lotta è per un lavoro che non sia una “passione triste”, ma un atto di libertà. Perché la dignità di un uomo si misura dalla possibilità di riconoscersi in ciò che fa, di sentire che il proprio tempo non è merce venduta al padrone, ma il campo fertile dove il desiderio può finalmente farsi carne.
Buon 1° Maggio a chi combatte contro la disoccupazione dell’anima.
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
