Non c’è altro modo di dirlo se non partendo dall’urto, da quel fragore metallico che rompe il tempo in due e scaraventa il corpo fuori dall’asse della biologia per consegnarlo al dominio nudo del Reale, perché Alex Zanardi non è stato solo un uomo che ha perso le gambe ma è stato il soggetto che ha saputo interrogare il vuoto senza farsi inghiottire, mostrando a tutti noi che il trauma non è una condanna definitiva ma un punto di insorgenza, una ferita che invece di sanguinare inizia a parlare la lingua inedita della reinvenzione, poiché nella clinica del vuoto che abitiamo spesso confondiamo la mancanza con la sventura mentre Alex ci ha insegnato che il desiderio non è l’aspirazione all’integrità narcisistica del corpo ma è la capacità di fare con il resto, di amare ciò che rimane, di trasformare il “meno” della mutilazione nel “più” di una spinta vitale che non conosce il ripiegamento melanconico, ed è qui che la psicoanalisi si inchina davanti alla testimonianza di chi non ha chiesto alla vita di tornare come prima ma ha preteso dalla vita un nuovo inizio, abitando la propria mancanza come un’occasione poetica e politica, correndo non per fuggire dal dolore ma per circoscriverlo, per dargli un bordo, per fare di un corpo spezzato un corpo glorioso nella sua stessa fragilità, un’etica del “non cedere” che non ha nulla a che fare con l’eroismo muscolare dell’io ma con la fedeltà alla propria vocazione più profonda, quella che sente il vento anche quando le gambe non ci sono più e che trasforma il limite in una soglia, comprendendo che l’uomo non è mai definito dalla somma delle sue parti biologiche ma dalla qualità del suo grido e dalla direzione del suo sguardo, perché Zanardi ha strappato la vita al destino, ha sottratto la carne al destino tragico del “non posso più” per issare la bandiera del “nonostante tutto”, diventando un esempio luminoso di come la castrazione simbolica possa generare una potenza d’atto superiore a qualsiasi onnipotenza immaginaria, laddove il limite incontrato sulla pista di Lausitzring è diventato il trampolino per un’estensione infinita dell’anima, una lezione severa contro il vittimismo contemporaneo che si crogiola nel risentimento mentre lui, con le mani che spingevano sull’asfalto, scriveva una nuova grammatica dell’esistenza dove la sofferenza non è un muro ma un varco, un’apertura necessaria attraverso cui la luce può finalmente filtrare, ed ora che il silenzio si è fatto di nuovo denso e la lotta è diventata invisibile ai nostri occhi, rintanata nel segreto di una stanza di cura dove il tempo sembra essersi fermato, resta quella scia, quel segno nel deserto che ci dice che il Padre non è chi ci protegge dal Reale ma chi ci insegna a non lasciarci annientare da esso, colui che testimonia che l’impossibile è solo ciò che non abbiamo ancora imparato ad amare abbastanza, mostrandoci che la vita non è mai dove tutto è in ordine ma è lì dove, tra le macerie, il desiderio continua a scavare la sua strada verso la luce, poiché la verità di un uomo non sta nella sua forza d’acciaio ma nel modo in cui sa cadere e, senza gambe, senza più i riferimenti sicuri della terra sotto i piedi, continuare incredibilmente a camminare nell’azzurro, portando su di sé l’oro di chi ha compreso che l’unica vera perdita non è quella di un pezzo di corpo, ma quella dell’ardore che ci rende umani, vivi, desideranti oltre ogni logica e oltre ogni fine.

Dott. Giocondo Vivone 

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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