Il 5 maggio non è la semplice commemorazione di un busto di marmo, ma la radiografia di un crollo necessario, il resoconto di un naufragio che riguarda la struttura stessa del desiderio umano. “Ei fu”: l’incipit manzoniano non è solo un passato remoto, è una sentenza clinica che segna la fine dell’identificazione speculare. Per anni Napoleone è stato l’Immagine che ha saturato il mondo, l’Io ipertrofico che ha preteso di farsi Legge, di essere il fulmine che precede il baleno, occupando l’intero campo del visibile. Ma cosa resta del soggetto quando l’armatura del potere si sgretola, quando il “raggio” sparisce all’improvviso? Resta la “breve sponda” di Sant’Elena, che per noi psicoanalisti somiglia terribilmente al tempo dell’analisi: uno spazio stretto, isolato, dove il rumore del mondo tace e il soggetto è finalmente consegnato a se stesso, senza più l’alibi dell’azione. In quell’esilio, il “cor che indocile serve pensando al regno” viene finalmente separato dalla sua maschera eroica. È il passaggio dal narcisismo della gloria alla verità della mancanza. Manzoni descrive con precisione chirurgica l’incontro traumatico con la stanchezza: quella mano che “cade stanca” sulle “eterne pagine” senza riuscire a concludere il racconto di sé testimonia il fallimento strutturale della parola che vorrebbe dire Tutto, che vorrebbe saturare il senso della vita attraverso la narrazione dei propri trionfi. Napoleone tenta di farsi biografo di se stesso, cerca di dare un senso compiuto alla sua parabola, ma la memoria diventa un’onda che lo sovrasta. È il peso del passato che, non potendo più essere tradotto in atto, rischia di schiacciare il soggetto nella malinconia. L’immagine del naufrago che cerca invano con lo sguardo “prode remote” è la metafora perfetta del soggetto prigioniero del proprio fantasma di grandezza, che non riesce a smettere di guardare ciò che è stato, perdendo la possibilità di abitare il presente. Eppure, proprio in questo “strazio”, in questo naufragio della vanità dove l’uomo fatale si scopre “muta polvere”, si apre lo spiraglio di una trasformazione radicale. Se la “vera gloria” resta per Manzoni un’interrogazione sospesa, la verità del soggetto emerge solo quando l’Io accetta il “disonor del Golgota”, ovvero la propria castrazione, il proprio limite invalicabile. Il Dio che “atterra e suscita”, che “affanna e che consola”, non deve essere inteso solo in senso strettamente religioso, ma come la funzione della Legge che, distruggendo l’idolo narcisistico, permette al desiderio di respirare finalmente in un “più spirabil aere”. È l’esperienza di chi, in analisi, tocca il fondo della propria impotenza per scoprire che proprio lì, dove l’Immagine cade, sorge qualcosa di più autentico. Napoleone deve morire come mito per poter finalmente esistere come uomo; deve rinunciare al “concitato imperio” per incontrare il silenzio che non è più vuoto angosciante, ma pace. La sua “stanca cenere” diventa così il luogo di una nuova dignità, non più fondata sulla conquista dell’Altro, ma sulla riconciliazione con la propria finitudine. È questo il monito per la nostra civiltà ipermoderna, perennemente spinta verso una performance napoleonica e senza sosta: non c’è vera risurrezione del soggetto, non c’è possibilità di un nuovo inizio, senza il coraggio di attraversare fino in fondo il proprio tramonto e di chinare la fronte dinanzi all’enigma della vita che ci eccede.
—-
A. Manzoni – Il Cinque Maggio;
—
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
