Tornare, ancora: Freud e l’osso del desiderio significa innanzitutto spogliarsi della polvere dei manuali per ritrovare quella scintilla d’incendio che ha squarciato la notte della ragione viennese perché festeggiare Freud oggi nel giorno del suo compleanno non può essere l’omaggio formale a una statua di marmo o a un busto dimenticato in un corridoio universitario ma deve essere l’atto radicale di chi decide di rimettersi in cammino verso l’origine verso quel punto di scaturigine dove la vita si fa grido e domanda inevitabile tornare ancora a Freud come suggeriva Lacan non è un esercizio di nostalgia per un passato dorato ma è la necessità etica di recuperare l’osso del desiderio quella parte dura resistente inattaccabile che non si lascia masticare dalle logiche del mercato o dalle lusinghe del benessere ipermoderno oggi che siamo immersi in una società che vorrebbe saturare ogni nostra mancanza con l’accumulo di oggetti di consumo che promettono una soddisfazione senza fine ma che ci lasciano sempre più vuoti e depressi tornare a Freud significa riscoprire che l’uomo non è un meccanismo da riparare ma un desiderio che attende di essere riconosciuto nel suo essere unico e irripetibile l’osso del desiderio è ciò che resta quando cadono tutte le maschere dell’io è quella verità nuda che abita le nostre dimenticanze i nostri lapsus i nostri sogni più inquietanti e che ci ricorda che non siamo padroni in casa nostra ma siamo abitati da un Altro che parla attraverso di noi Freud ha avuto il coraggio di sostare davanti a questo abisso di non retrocedere davanti al perturbante di non chiudere gli occhi di fronte alla pulsione che spinge verso il godimento e verso la morte e noi oggi come analisti che seguono la traccia di Recalcati dobbiamo avere la stessa forza di riportare al centro della scena la dignità del sintomo perché il sintomo non è un errore del sistema ma è l’ultima trincea del soggetto la sua estrema difesa contro l’anonimato della massa tornare a Freud allora diventa un gesto di resistenza contro l’evaporazione del padre e contro lo svanire della Legge simbolica non per restaurare un ordine antico e autoritario ma per ritrovare quel confine che rende possibile il desiderio stesso poiché senza limite non c’è spinta senza argine non c’è fiume senza la castrazione non c’è fecondità l’osso di cui parliamo è la testimonianza che la vita umana è segnata da una mancanza costitutiva che non è una sfortuna ma la nostra più grande risorsa perché è solo a partire da quel buco che possiamo inventare qualcosa di nuovo che possiamo amare l’altro nella sua alterità radicale e non come un semplice specchio dei nostri bisogni festeggiare Freud il 6 maggio significa allora celebrare la nascita della parola come cura la parola che non descrive ma che trasforma la parola che scava e che libera la parola che sa dire l’indicibile tornando ancora e ancora a quel nucleo di fuoco che brucia sotto la cenere delle nostre giornate sempre uguali Freud ci insegna che non c’è destino che non possa essere riscritto attraverso la singolarità del proprio desiderio ed è per questo che il suo ritorno è un evento sempre attuale perché ogni volta che un paziente entra nella nostra stanza di analisi e inizia a parlare Freud rinasce Freud torna a ricordarci che l’amore è l’unica forza capace di fare ponte sopra l’abisso e che l’osso del desiderio è il fondamento su cui poggia la possibilità di una vita che possa dirsi davvero viva pulsante aperta all’incontro imprevedibile con l’Altro senza garanzie e senza paracadute ma con la ferma convinzione che la nostra mancanza sia il luogo della nostra gloria e questo tornare non è mai un ritorno al medesimo ma è un ritorno che produce differenza perché ogni volta che rileggiamo Freud lo facciamo a partire dalle ferite del nostro tempo dalle nuove forme di angoscia che abitano le nostre città dai nuovi silenzi che pesano sulle spalle dei giovani tornare a Freud significa allora non smettere di interrogarlo su cosa significhi oggi essere un soggetto desiderante in un mondo che ci spinge a essere solo consumatori passivi è una sfida che ci impegna ogni giorno nella pratica clinica e nella riflessione teorica per non lasciare che la psicoanalisi diventi una reliquia ma che resti un’arma di liberazione un’occasione di risveglio per chiunque senta che la propria vita è rimasta incagliata in una ripetizione senza senso e allora tornare ancora a Freud vuol dire anche saper sostare nel deserto per vedere fiorire la singolarità di ciascuno per dare un nome a quell’inquietudine che non ci dà pace e trasformarla in un progetto di esistenza autentico e profondo perché se c’è una cosa che Freud ci ha lasciato in eredità è proprio questo amore per la verità anche quando la verità brucia anche quando la verità ci costringe a guardare in faccia i nostri mostri poiché solo attraverso questo sguardo possiamo sperare di trovare la nostra via d’uscita il nostro modo unico di stare al mondo e di abitare il tempo che ci è dato in questo 6 maggio non facciamo festa a un uomo ma alla possibilità che la parola ha di guarire il mondo un incontro dopo l’altro un ritorno dopo l’altro.

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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