Guardiamola in faccia questa parola che oggi sembra saturare ogni spazio, dal digitale alle stanze delle nostre case, dalle dinamiche del potere globale alle micro-violenze del quotidiano. La prepotenza non è mai un segno di forza, ma il sintomo di un’impotenza radicale del soggetto di fronte all’enigma dell’Altro. In un’epoca che ha smarrito il senso del limite, dove l’evaporazione del Padre ha lasciato il posto a un Io ipertrofico e senza legge, la prepotenza si manifesta come l’urlo di chi non sa più domandare, di chi ha sostituito la dialettica del riconoscimento con l’ebbrezza del possesso. Chi è prepotente non desidera; il prepotente vuole, esige, divora. È la patologia di chi non sopporta il “no”, di chi vive ogni alterità come una minaccia insopportabile alla propria integrità speculare. È una violenza che nasce dal terrore della mancanza: il prepotente deve occupare tutto lo spazio, deve zittire ogni parola diversa dalla propria, perché nel silenzio dell’ascolto sentirebbe il vuoto vertiginoso della propria inconsistenza. È l’illusione di un pieno che non ammette fessure, una maschera che aderisce così tanto al volto da soffocare il respiro della vita stessa. Mentre il desiderio è una ferita che ci mette in viaggio verso l’Altro, rendendoci pellegrini del possibile, la prepotenza è un muro che chiude ogni orizzonte, una fortezza vuota dove il soggetto si barrica per non sentire il battito del proprio limite. È la rinuncia alla parola come luogo dell’incontro per scegliere la forza come strumento di dominio, trasformando il legame sociale in un campo di sterminio dei segni. Ma noi sappiamo che dietro quella maschera di ferro, dietro l’arroganza di chi crede di bastare a se stesso e di poter calpestare il mondo con la suola della propria volontà, abita un bambino angosciato che non ha mai incontrato la Legge della parola, quella Legge simbolica che non castra per punire, ma che limita per proteggere e umanizzare. È la Legge che ci insegna che non si può avere tutto, che la vita è vera solo quando accetta di essere mancante, incompleta, strutturalmente aperta al mistero di chi ci sta di fronte. Il prepotente è un esiliato dalla grazia del dono: non sa ricevere perché crede di possedere già tutto, e non sa dare perché confonde il dono con la sottomissione. Guarire dalla prepotenza significa allora fare esperienza del crollo di questa falsa potenza, attraversare il deserto del proprio narcisismo per riscoprire finalmente la bellezza dell’insufficienza e la vulnerabilità come unico terreno possibile per l’amore. Significa passare dalla spinta predatoria dell’istinto alla pazienza etica del desiderio, accettando che la nostra vera statura non si misura da quanto spazio riusciamo a occupare, ma da quanto spazio riusciamo a creare affinché l’Altro possa apparire nella sua irriducibile differenza. Perché non c’è vita degna di questo nome che non sia capace di fare un passo indietro, di tacere, di sospendere il giudizio, per lasciare che l’Altro esista, respiri e ci interroghi. La prepotenza è il rumore del nulla che vuole spacciarsi per tutto; la psicoanalisi è, al contrario, il tentativo di restituire al soggetto la dignità della propria mancanza, perché solo dove c’è un vuoto può finalmente accadere un incontro.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
