Categorie
Psicologia

La madre

Eugenio Montale, nella sua grande produzione poetica, nella raccolta La bufera e altro del 1956, inserisce una poesia intima, intitolata A mia madre:

“Ora che il coro delle coturnici
ti blandisce nel sonno eterno, rotta
felice schiera in fuga verso i clivi
vendemmiati del Mesco, or che la lotta
dei viventi più infuria, se tu cedi
come un’ombra la spoglia
(e non è un’ombra,
o gentile, non è ciò che tu credi)
chi ti proteggerà? La strada sgombra
non è una via, solo due mani, un volto,
quelle mani, quel volto, il gesto d’una
vita che non è un’altra ma se stessa,
solo questo ti pone nell’eliso
folto d’anime e voci in cui tu vivi;
e la domanda che tu lasci è anch’essa
un gesto tuo, all’ombra delle croci.”

Giuseppina Ricci, la madre appunto di Montale, era sul letto di morte. Montale non condivideva alcune delle idee della madre, come spesso accade ai figli, e nello specifico riguardo a cosa avesse più senso curare nella propria esistenza: l’anima o il corpo? La madre era convinta, fino all’ultimo respiro, che l’unico modo per salvarsi fosse quello di curare l’anima, mentre Montale (come ricorda anche nella poesia), era più materiale, e al contrario riteneva fosse fondamentale curare il proprio corpo. Ovviamente non è tanto questo che colpisce in questa poesia, ma quello che rimane al fondo.

Cosa rimane a Montale? Gli rimane una domanda, che rimanda a un gesto, un’ombra, un’immagine, quello della madre. Sembra quasi un fantasma, ma in realtà è una memoria. Perché cosa lascia una madre alla vita di un figlio? Al di là di tutti i ragionamenti psicoanalitici che si possono fare, al di là dei contrasti, Montale si rende conto di una cosa: che sua madre gli ha donato la vita tramite la sua parola. La domanda con la quale lo lascia, con l’anima in pace, è la parola dell’Altro che appella il soggetto e lo fa diventare tale. È proprio tramite il desiderio della madre, che spesso si esprime in gesti, che il soggetto impara, a piccoli passi, a desiderare la mancanza, perché si rende conto, piano piano, che lui come figlio, non potrà mai soddisfare la propria madre, com’è giusto che sia. Ma può imparare a capire come si convive con questa mancanza tramite lei, i suoi confini, il suo esempio. Perché le prime mani che ci definiscono sono proprio quelle della madre.

——-

Eugenio Montale – La bufera e altro

——-

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Lascia un commento