Nel tempo dell’iper-prestazione, dove il comando del Discorso del Capitale è un perentorio “Puoi!”, l’Arresasuona come una bestemmia o, peggio, come il marchio infame del fallimento. Siamo stati educati all’idea che l’Io debba essere il padrone in casa propria, una fortezza inespugnabile capace di piegare il Reale alla forza della volontà. Ma la clinica ci insegna un’altra verità: c’è un’arresa che non ha nulla a che fare con la ritirata depressiva o con il vittimismo di chi getta la spugna. C’è un’arresa che è, al contrario, il gesto più alto e sovversivo che un soggetto possa compiere. Arrendersi non significa soccombere, ma deporre l’armatura. È la fine dell’illusione narcisistica di padronanza. Finché restiamo arroccati nel tentativo di controllare ogni frammento dell’esistenza, di dare un senso a ogni ferita, di riparare ogni mancanza, restiamo prigionieri di una guerra logorante contro l’impossibile. L’arresa etica è l’atto di chi smette di combattere contro i mulini a vento della propria immagine ideale per incontrare, finalmente, la nuda verità del proprio essere. Nella stanza dell’analisi, l’arresa è quel momento di grazia e di dolore in cui il paziente smette di chiedere al sintomo di tacere e inizia, finalmente, a interrogarlo. È l’incontro con il Reale: accettare che la vita non è interamente governabile, che il trauma non si cancella ma si trasforma, che l’Altro non può colmare il nostro vuoto. È qui che accade il miracolo: solo quando smettiamo di pretendere che l’Altro sia come lo vogliamo, possiamo iniziare ad amarlo. Solo quando smettiamo di voler dominare la vita, la vita torna a scorrere. Il narcisismo moderno ci vuole corazzati, invulnerabili, eternamente in lotta per un primato. Ma il Desiderio — quello vero, quello che mette in moto il mondo — non è uno sforzo della volontà: è un trasporto, un abbandono. Non si “decide” un amore, ci si arrende a un amore. Non si “programma” una vocazione, ci si lascia abitare da essa. Chi non sa arrendersi è condannato alla sterilità del controllo; resta un generale senza esercito che sorveglia un castello vuoto. Dobbiamo ritrovare il coraggio dell’arresa. Lasciar cadere le armi non per morire, ma per nascere a una nuova forma. Come la terra che si lascia fendere dall’aratro per accogliere il seme, l’arresa è l’apertura necessaria perché qualcosa di inedito possa finalmente germogliare. È l’istante in cui il “non-tutto” smette di farci paura e diventa lo spazio respirabile della nostra libertà. Perché, paradossalmente, è solo quando l’Io finalmente si arrende che il Soggetto può iniziare a esistere.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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